Antichi mestieri con lo sguardo al futuro

Lo scorso sabato Sguardi Urbani ha proposto una passeggiata per il centro storico della città alla scoperta dei tanti artigiani che, in botteghe storiche o in nuovi laboratori, fanno rivivere un patrimonio di saperi e maestrie  che  da sempre rendono Palermo una fucina di idee trasformate in buone pratiche. E’ già da un anno che, tra i nostri temi e interessi, poniamo attenzione  agli antichi mestieri, ed in generale al patrimonio immateriale locale, alimentato vivacemente dalla sapienza e maestria dei lavori manuali.  Le nostre  riflessioni  su  questo argomento si muovono dal lavoro appassionato di Silvia Messina e Chiara Utro, due amiche di Sguardi, nonché guide turistiche poste a conduzione dei nostri tour in bicicletta, che cercano di costruire itinerari di conoscenza, tra cui questo,  sempre nuovi ed originali da presentare ai cittadini e ai viaggiatori curiosi e attenti. Proprio dalla condivisione di intenti e interessi nasce la nostra voglia  di promuovere il loro tour e di collaborare per arricchirlo.

Ci sembra importante condividere alcune riflessioni, scaturite dai diversi appuntamenti di questo tour  proposti ai cittadini, ed in primo luogo concentrate sulla ricchezza di narrazioni individuali e di imprese collettive che stanno dietro ogni bottega artigiana. Conoscere il saper fare ha sempre coinciso con il conoscere la biografia di chi in quel progetto ha creduto tra mille difficoltà passate ed attuali e che rendono ancora più straordinaria la resistenza degli artigiani alle logiche commerciali di larga scala. L’unicità e l’esclusività a portata di tutti rappresentano  il valore unico e aggiunto al prodotto artigiano che fa di chi lo possiede il detentore di un piccolo grande tesoro.

E’ secondo noi  sulle storie individuali e sulle volontà di perseguire queste attività malgrado le difficoltà oggettive, che diventa importante concentrarsi, individuando possibili soluzioni o azioni che diano sostegno e difesa a questi avamposti e frontiere di unicità che rendono il centro storico di Palermo un luogo un po’ speciale, con lo sguardo rivolto al passato ma al contempo proteso al futuro. Come salvaguardare tutto questo e  come trasformarlo senza minarne l’autenticità sono interrogativi che ci poniamo e su cui avremmo voglia di confrontarci con  chi, come noi, ha voglia di ragionare sui modi per aumentare il grado di attrattività di questa città  (di investimenti, interessi, strategie di sviluppo di lungo periodo).  Senza  però metterne a repentaglio l’identità autentica, piuttosto considerandola un bagaglio prezioso attorno a cui  costruire gli orientamenti  di domani,  partendo però già da oggi.

Cronache da Librino

Condivido con voi qualche riflessione frutto dell’ultima esperienza di ricerca svolta nel quartiere Librino a Catania.

Entri a Librino e ti chiedi dov’è che si trova la famigerata periferia di cui parlano giornali e ricerche universitari. Attorno vedi tanti palazzoni alti e stretti, sono le case di edilizia popolare, insieme a case più basse, appartenenti alle cooperative. Il degrado urlato e gridato che ti trovi quando entri allo Zen di Palermo non lo trovi quando vai a Librino. Di certo non si tratta di un posto particolarmente bello, ma non è molto diverso da tante parti nuove di città costruite senza particolare criterio.

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Le interviste con assistenti sociali dell’ussm e uepe aiutano a fare chiarezza a proposito. Mi raccontano che si tratta di alcune strade, viale Moncada e via Bummacaro, quelle in cui si concentrano le situazioni di grave disagio sociale. L’organizzazione urbanistica non aiuta a identificare i luoghi. I viali infatti cambiano nome a seconda del senso di marcia e un singolo numero indica un complesso di palazzi. Come nel caso di viale Moncada 16.

E’ proprio lì che Grazia mi propone di seguirla per una visita domiciliare. Dice che per capire certe situazioni devo vederle. Accetto senza farmelo ripetere due volte. Insieme ad un’assistente sociale del Comune e con l’autista, figura maschile che dovrebbe dare sicurezza, saliamo al settimo piano di viale Moncada 16. Come già preannunciato non ci sono citofoni, appositamente rimossi, o ascensori funzionanti. All’ingresso domina la monnezza e le mosche che escono da porte semiaperte che nascondono non si sa che cosa. Saliamo a piedi, quasi fossero gironi dell’inferno i cui numeri sono scritti a penna sui muri scrostati.

Arriviamo a casa di Christian, 14 anni, autista di una rapina avvenuta circa 2 mesi fa con altri 3 ragazzini di cui uno è morto e gli altri 2 in carcere. Ci apre la sorella più grande che lo chiama mentre sparecchia la tavola. Christian, nervoso e gridando verso la sorella, si siede alla tavola che la sorella si affretta a sparecchiare. Risponde a mala pena alle domande dell’assistente sociale. Per l’imbarazzo della situazione abbasso lo sguardo verso il tavolo dove ora è rimasto un oggetto che a prima vista era passato inosservato: una pistola.

L’assistente sociale la prende in mano a mo’ di sfida e facendola roteare con marcato accento catanese dice: “e questa che è? Un giocattolo?”. Continuano le domande a cui Ivan risponde a fatica. E’ il momento di lasciare loro maggiore privacy e io e l’autista scendiamo giù per tornare all’auto. Di fronte a noi un gruppetto di 4 ragazzi apparentemente intenti a gozzovigliare ma con un occhio buttato verso di noi. Dopo un po’ si affaccia Ivan dalla finestra in alto che ci avverte che le colleghe stanno scendendo. Fa poi un cenno al gruppetto dei quattro, un lasciapassare nei nostri confronti.

Tornando in auto verso il centro dei servizi territoriali mi rimane la sensazione che il palazzo, anzi l’insieme di palazzi all’interno del medesimo isolato sia una fortezza inespugnabile (non a caso l’ultima operazione antidroga è stata denominata “Fort Apache”). Controllata dal basso e dall’alto è impossibile accedervi senza che gli abitanti siano consenzienti. Volutamente trasandata al di fuori, in modo da rendere gli appartamenti difficilmente identificabili e raggiungibili dagli esterni. Uno stato di cose chiaramente funzionale all’autosegregazione necessaria per svolgere attività illecite etc. All’interno oltre a case malandate si trovano anche abitazioni super curate. Le assistenti sociali mi raccontano che spesso le case delle famiglie mafiose hanno tutti i tipi di comfort e arredamenti anche molto costosi. Ma la tendenza anche in questo caso è quella di nascondere il più possibile questo benessere a meno che il rapporto di confidenza con chi visita la famiglia non sia tale da potere permettere l’accesso all’intimità della casa. E’ così che alla prima visita le assistenti sociali visitano appartamenti di una stanza, che la volta dopo diventano due, e a seguire tre e quattro. Un sistema complesso di soglie (nella casa) e di limiti (rispetto al palazzo) tra cui è difficile muoversi se non grazie alla costruzione di una relazione di fiducia e di empatia profonda. E’ per questo che non tutti hanno lo stesso grado di accesso a questi spazi: le assistenti sociali dell’Ussm sono quelle che riescono a muoversi più facilmente, il loro arrivo viene annunciato con un fischio, quelle dell’Uepe o del comune sono percepite come più pericolose, il loro arrivo viene comunicato con due fischi. I limiti e le soglie che regolano la vita di questa parte di quartiere non sono solo fisici, ma anche simbolici. Un limite netto nella vita dei ragazzi ad esempio è quello dei 18 anni, dopo i quali si entra nella fase adulta della vita in cui è necessario contribuire al mantenimento della famiglia. Le assistenti sociali che prima di questa età hanno il consenso da parte della famiglia nel coinvolgere il ragazzo, assisterlo e seguirlo, superato questo momento perdono qualsiasi possibilità di controllo sulla condizione del ragazzo. Questo almeno per quanto riguarda i ragazzi “strutturati”, ovvero coloro che appartengono a famiglie di stampo mafioso e si muovono dunque all’interno di una cultura “parallela” rispetto a quella “ufficiale” propria delle persone comuni. Rispetto al sistema culturale delle famiglie mafiose le assistenti sociali dell’ussm mostrano un atteggiamento di rispetto. Per loro si tratta a pieno titolo di un sistema di norme alle quali le famiglie, come avviene in qualsiasi sistema di regole, cercano di aderire il più possibile. Questo riconoscimento è reciproco per cui anche le madri dei ragazzi presi in carico mostrano rispetto per un sistema altro dal loro che non giustificano ma comprendono. Il rapporto con le assistenti sociali è fatto così di un continuo gioco di negoziazione tra soglie di accesso e relazione tra due mondi culturali estremamente diversi. Tra questi sono costretti a muoversi anche i ragazzi in carico ai servizi. Il percorso di rieducazione prevede una progressiva presa di distanza dal modello culturale di appartenenza e il momento della fine del percorso educativo è cruciale da questo punto di vista. Ritornare a casa significa rientrare a far parte di quel mondo. Resistere a questo processo è quasi impossibile. In alcuni casi l’alternativa è il suicidio.

Diverso è il caso dei ragazzi “non strutturati”, cioè non appartenenti a famiglie mafiose ma caduti in attività illegali. In questo caso il lavoro svolto dalle assistenti sociali è leggermente diverso e per certi versi più facile: il periodo in carcere spesso aiuta questi ragazzi ad allontanarsi da brutte abitudini e ritornare alla vita normale.

Operazione Fort Apache a Librino: clicca qui

Street art lab a Salemi!

Cosa ci piace tanto della street art? Che ci permette di entrare nel vivo dei luoghi, di scoprirli senza filtri, soprattutto entrando in relazione con le persone del posto. Anche a Salemi, in occasione del laboratorio di street art che abbiamo condotto con Collettivo Fx, Julieta Xfl e Nemo’s per l’Assessorato alla cultura è stato così.

Spesso rapite dalla grande città difficilmente ci spostiamo alla scoperta di posti nuovi, magari piccoli e meni noti. Di Salemi conoscevamo poco o niente, se non le vicende del terremoto del ’68  che la accomunano ad altri piccoli comuni della Valle del Belice come Gibellina, Poggioreale… Non siamo diventate molto più esperte (per quello speriamo di tornare presto!) ma sicuramente abbiamo conosciuto uno spaccato della vita sociale della città e delle sfide che gli amministratori di un piccolo comune si ritrovano ad affrontare. La settimana ha visto il Collettivo Fx, Julieta Xfl e Nemo’s impegnati in un laboratorio di street art che ha coinvolto i bambini delle case popolari del centro nuovo e alcuni ragazzi della comunità alloggio per minori. Difficile lavorare contemporaneamente con bambini così diversi per provenienza ed età. I giorni sono comunque passati veloci tra l’entusiasmo di grandi e piccoli e l’impegno di tutti. Dall’interno del Centro Kim si è presto passati a “pittare” la grande fontana in cemento (mai completata) che si trova appena sotto piazza padre Pio. In pochi giorni è stata invasa da un’onda di colore!

Vi consigliamo di andare a vedere il risultato finale…e uscire anche voi dalla grande città verso la campagna della valle del Belice!

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L’impegno e la responsabilità dell’estetica (Parte 2)

In questi giorni molti confronti e scontri si sono concentrati sull’estrema importanza (se non supremazia) che secondo Ciop&kaf possiede l’estetica delle immagini proposte da chi dipinge i muri di centri storici e città, di chi con colori e linee cerca di dare forma a particolari ossessioni personali che poi però inevitabilmente si mostrano nello spazio pubblico. È importante che non siano di “facile digestione” , che non ci si arrenda a ipocrite logiche consolatorie. “Ci si deve fare un po’ male a guardarle…”

Le immagini fin troppo inflazionate, la proposta di qualcosa che gli occhi di chi osserva si aspetta di vedere, rischiano di rendere sterili intenti artistici più istintivi, veri, autentici anche se magari meno comprensibili e immediati. Questa suggestione ci ha spinto ad affinare la riflessione su quello che un po’ succede nella nostra città e altrove, dove capita di camminare in quartieri complessi in cui opere commissionate e non hanno più o meno intenzionalmente cercato di riportare attenzione e luce su luoghi dimenticati. E poi ci stiamo chiedendo se le opere di street art debbano o possano davvero avere un intento di riqualificazione…in fondo in questi quartieri dove abbiamo camminato a brillanti colori e disegni sui muri si affiancavano con forza vivida condizioni abitative e di vita difficili, al limite, al confine. E allora se l’arte deve essere solo consolatoria, calata (anzi disegnata) sui muri delle proprie case priva di un progetto attorno più strutturato che sia davvero in relazione con chi vive quei luoghi, rispettandone anche la dignità e condizioni di vita, tutto rischia di diventare un parco giochi dell’arte di strada, forse un po’ inutile, sicuramente poco etico.

E anche se sull’utilità del dipingere in strada Ciop&kaf non lasciano spazio a dubbi affermando che di fatto tutto questo non serve, il loro lavoro non serve, o almeno non ha la funzione e la pretesa di produrre effetti sociali, se non la sola capacità di veicolare in forme e colori la profonda inquietudine e ossessione personale, noi crediamo che le azioni individuali e artistiche di questo tipo non possano non avere effetti sociali. Forse le immagini non avranno la forza di migliorare la vita di chi vive centri storici difficili come Napoli, Taranto e Palermo (sarebbe sbagliato pretenderlo) ma crediamo che progetti artistici compiuti come quelli di Ciop&kaf, continuativi e di autentica empatia con gli abitanti e gli spazi urbani abbiano la capacità di sprigionare energie sociali costruttive, di autoriflessione sulla propria condizione, e che questi effetti ineluttabili superino e siano fuori dal controllo delle intenzioni di un collettivo di artisti che non ha la pretesa di cambiare il mondo, ma forse proprio per questo, potrebbe riuscirci.

Mappe, percorsi, attraversamenti: Cyop&Kaf a Palermo, partendo da Napoli e passando per Taranto. (Parte 1)

Giorni intensi questi ultimi a Palermo in compagnia di Cyop&Kaf. Innanzitutto perché grazie al collettivo abbiamo conosciuto la bella realtà di Le Sciaje di Taranto, con cui abbiamo trovato tanti punti in comune nei modi di proporre e fare vivere la propria città a persone che vengono da fuori.

Poi, il confronto che tanto avevamo cercato c’è stato. Non solo durante la proiezione de “Il segreto” e della presentazione di “Taranto. Un anno in città vecchia” ma anche nel corso di due giorni di chiacchiere, a volte anche accese e taglienti, pasti condivisi e percorsi guidati (emotivi più che fisici) attraverso la città. Silenzi.

Cyop&Kaf (chi lo conosce un minimo lo sa) vuole rimanere al di fuori di etichette preconfezionate, spesso spiattellate con troppa facilità a destra e sinistra. Nel tempo trascorso insieme parole come “street art” e “riqualificazione” hanno quasi costituito dei tabù capaci di agitare gli animi. Per questo confrontarsi su quello che succede in città in questo momento non è stato facile. Eppure ne sentivamo il bisogno. Per il caso e l’entusiasmo con cui ci siamo avvicinate a questi temi, per la bellezza delle relazioni che si sono create, per i progetti che stiamo portando avanti, per il nostro intento fondamentale e sempre presente di osservare e conoscere la città.

Alla fine la magia dello scambio è avvenuta. E possiamo dire di averli salutati al porto (altra piccola magia la nave!) con qualche consapevolezza in più rispetto al loro lavoro e al modo in cui vogliamo portare avanti il nostro.

Ve ne proponiamo qualcuna.

[La potenza del dipingere sui muri della città]

E’ questa un’ipotesi, una pista che inseguiamo da un po’. E’ a partire da questa idea che abbiamo cominciato ad interessarci al dipingere in strada. In questo ci siamo trovati abbastanza d’accordo con Cyop&Kaf. Ma per loro non si tratta di lavoro umanitario, bensì di un’ossessione, che nasce da esigenze del tutto intime e personali oltre che da ricerca artistica. La potenza del segno lasciato sul muro vuole però che succeda sempre qualcosa, che si inciampi in situazioni e persone, scambi e scoperte. Fa parte del gioco. Tutto ciò però nasce non da volontà, ma da pura casualità. In parti di città dominate dal caos e dall’informalità, come i quartieri popolari dei centri storici, è irrealistico pensare di potere apportare un qualche cambiamento progettato e pianificato. Del resto anche i più recenti studi di urbanistica se ne sono resi conto da un po’. Volendo spingere all’estremo il ragionamento non solo è difficile pensare di realizzare in maniera efficace un qualsiasi intervento ma è persino complicato capire “cosa” fare per migliorare certe situazioni. Forse sarebbe necessario un atto di umiltà, fare un passo indietro rispetto all’idea di dovere prendere una posizione rispetto a cosa è meglio o peggio per un determinato luogo. Più onesto è abbandonarsi alla vita (o assenza di vita) di questi luoghi, alla loro profonda bellezza e al contempo durezza. O al massimo si può provare a raccontarli. Facendo grande attenzione però a non tradirli, con visioni stereotipate e abusate.

[L’importanza del racconto]

La cura del racconto è di certo una nuova consapevolezza di cui vogliamo fare tesoro. Non solo il contenuto, ma anche la forma in cui l’esperienza viene restituita ha la sua importanza. Questo perché inciampare in pezzi di città non vuol dire attraversarli in maniera sterile. Non un biglietto gratta e vinci che ti dà emozione nel momento in cui lo gratti e che subito dopo dimentichi. Piuttosto un’esperienza personale, frutto di una relazione intima che si stabilisce coi luoghi e le persone. Si tratta di piccoli “segreti” che di volta in volta si rivelano. Raccontarli male vuol dire tradirli e svilirli. Un po’ di pudore è quello che forse manca spesso nella restituzione di esperienze, azioni, osservazioni all’interno della città. I silenzi e le mancate risposte nei giorni trascorsi con Cyop&Kaf sono quelli che più di tutti ci hanno comunicato la profondità delle esperienze vissute nei Quartieri Spagnoli o nella città vecchia di Taranto.

[La necessità di trovare un nuovo linguaggio]

Per quanto detto sopra diventa fondamentale trovare il giusto modo di raccontare le cose. Il linguaggio per l’appunto. Trovare un nuovo modo di definire o raccontare le esperienze. Liberarsi dalle etichette permette di aprirsi a nuovi modi di comprendere la realtà (del resto è proprio per questo che proponiamo sguardi sempre diversi). La ripetizione e diffusione incondizionata di certi termini crea inevitabilmente un velo opaco sulle cose e sui luoghi che finisce per non comunicare più niente. Libri, articoli e giornali sulle periferie che usano sempre le stesse parole “chiave”: disagio, bisogno, degrado. Parole talmente abusate che finiscono per non dire più nulla, se non comunicare un latente senso di fastidio. Ricordano che le stesse situazioni si tramandano da tempo immemore, senza che nulla sia veramente cambiato.  Succede quando si parla di periferie, ma è un fenomeno che si allarga facilmente ad altri campi (come l’arte, street art, urban art, etc. etc.).

Ovviamente tutto ciò lo si può provare a spiegare, ma molto meglio sarebbe cogliere l’invito a perdersi delle mappe della città vecchia di Taranto o dei Quartieri Spagnoli di Napoli disegnate dal collettivo. Ogni punto sulla mappa è un dipinto, un pretesto. Dunque un invito a vivere la propria personale esperienza della città, in parte condividendo quella di altri. Infine agire, piuttosto che perdersi in inutili chiacchiere.

Il nostro sguardo su riqualificazione delle periferie urbane e street art

Negli ultimi giorni a partire dal progetto “Big city life” avviato a Tor Marancia (Roma,) si è parlato tanto di riqualificazione urbana e street art, o meglio di come la street art possa contribuire a migliorare le condizioni di vita in aree periferiche. In particolare, a visioni entusiastiche si sono contrapposte le critiche di chi vede in questi interventi una strategia di marketing adottata dalle amministrazioni per fare finta di risolvere il problema. Per noi di Sguardi urbani quello delle periferie è un tema importante, sia per le attività di ricerca che abbiamo svolto su di esse, sia per le persone e progetti che abbiamo seguito ultimamente (date un’occhiata ai post precedenti). Sentiamo quindi di dare il nostro contributo a questo acceso dibattito. Andiamo per ordine.

1. Cosa intendiamo per periferia?

Periferia non vuol dire necessariamente “lontano dal centro”. Le aree periferiche possiamo trovarle anche in pieno centro città, basti pensare a Ballarò a Palermo, San Cristoforo a Catania o i quartieri Spagnoli a Napoli. Periferie sono piuttosto luoghi esclusi dai normali processi di sviluppo e di vita che investono il resto della città. Luoghi chiusi che si caratterizzano per dinamiche a sé stanti. Spesso costituiscono delle realtà estremamente complesse dove la marginalità è data dall’intreccio di dinamiche di tipo diverso (economico, sociale, infrastrutturale, politico) per cui è impossibile capire cosa determini cosa e quale sia la causa primaria di questo disagio. Tali caratteristiche hanno a nostro parere due principali implicazioni dal punto di vista di chi si avvicina ad una periferia: la prima è che per portare avanti un qualsiasi tipo di intervento bisogna conoscerla in maniera approfondita, la seconda (senza cui la prima non può verificarsi) è la possibilità di avere accesso a queste realtà. Dai racconti di operatori sul territorio, ma anche da esperienze fatte direttamente risulta chiaro come queste aree siano segnate da un complesso sistema di soglie e limiti, fisici e simbolici, per varcare i quali è indispensabile creare una relazione di fiducia. È per questo che le periferie vanno conosciute “dal di dentro”.

2. Come si riqualifica una periferia?

Bella domanda. Magari ci fosse una ricetta unica. Le periferie sono spesso caratterizzate da dinamiche che durano da così tanto tempo da essersi incancrenite e cronicizzate, al punto da impedire l’avvio di percorsi virtuosi di sviluppo. Risorse e processi di questi luoghi sono in qualche modo “bloccati”. Per questo le periferie sono spazi in cui le politiche (non la politica!) fanno fatica a intervenire e ad apportare una qualche forma di cambiamento.

In generale, le possibilità di risposta al problema della riqualificazione possono essere comunque variegate. Ad esempio il miglioramento delle condizioni abitative delle persone. Ma prendiamo il caso dello Zen 2: anche ammessa la perfetta manutenzione degli stabili risulterebbe comunque difficile pensare come gradevole l’esperienza di vivere all’interno di cubi di cemento assolutamente privi di relazione con l’esterno e per di più confinati in una sorta di ghetto circondato da grandi stradoni. Sembrerebbe forse più plausibile l’ipotesi di ricostruire il quartiere per intero. Oppure prendiamo Librino, dove il cattivo stato si manutenzione degli edifici è in qualche modo “voluto”. Nei palazzi delle zone “più calde” sono stati gli stessi residenti a togliere citofoni e ascensori, per rendere il più difficile possibile l’accesso ad estranei e continuare a portare avanti indisturbati le proprie attività (illegali). Sono esagerazioni ovviamente, che servono però a rendere l’idea della necessità di guardare ad ogni quartiere nella sua specificità e di intervenire guardando a più dimensioni contemporaneamente. Soprattutto guardando cosa succede quando sia in maniera spontanea che guidata dall’alto irrompono elementi di novità (progetti/mobilitazioni/interventi): che processi si attivano?e come interagiscono con gli abitanti e il territorio in generale?

3. E la street art?

La street art come qualsiasi altra forma d’intervento, va anche questa vista da vicino, nei processi che attiva e nelle relazioni che intesse con gli abitanti, le risorse e i problemi di un determinato quartiere. Dal nostro punto di vista può costituire uno strumento potentissimo. Nell’esprimere questo giudizio intendiamo rimanere fuori dal dibattito che oppone l’arte urbana (spesso commissionata) alla street art vera e propria. Più che le questioni etiche e di principio che possono muovere una forma di arte piuttosto che un’altra, ci interessano qua gli effetti che pratiche artistiche di diverso tipo possono avere su questi territori “difficili”. Pensiamo ai numerosi casi di gentrificazione che hanno riguardato le aree periferiche di alcune città dove consistenti interventi di street art (mi vengono in mente Valparaiso o Berlino, arte commissionata nel primo caso, spontanea nel secondo) ne hanno cambiato completamente il volto. In molti di questi casi gli effetti, almeno dal punto di vista di chi abitava originariamente questi luoghi, sono stati negativi a causa dell’innalzarsi improvviso dei prezzi degli affitti e del costo della vita. Ma resta comunque affascinante il potenziale di cambiamento di azioni artistiche che in apparenza effimere, se paragonate a grandi interventi di tipo più tradizionale (riguardanti le infrastrutture ad esempio) dimostrano un potenziale di trasformazione molto maggiore. Importante sarebbe a questo punto chiedersi se e come è possibile gestire questi processi di cambiamento in modo tale da andare a tutto vantaggio dei residenti.

Altro caso è quello di interventi artistici che riescono ad incidere su aspetti di tipo sociale più che su dinamiche economiche. Allargando un attimo il campo ci sembra interessante il caso della Porta della Bellezza a Librino. Un’esperienza, che per quanto al momento terminata (a scapito della possibilità di protrarne i benefici nel tempo) è però citata positivamente da moltissimi degli attori sul territorio come progetto meritevole per essere riuscito a rafforzare il senso d’identità e di appartenenza al quartiere di molti dei ragazzini coinvolti, nonché la capacità di collaborazione tra istituzioni e associazioni. L’idea di usare l’arte come forma di comunicazione e relazione con gli abitanti è dunque uno degli aspetti che ci sembra più interessanti quando parliamo di periferie e street art. In questo caso sono la capacità di riflessione critica e il coinvolgimento gli obiettivi realisticamente più raggiungibili. Almeno questa è la scommessa che si sta portando avanti con i laboratori di street art avviati coi bambini e gli adolescenti allo Zen 2.

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C’è infine un ultimo aspetto particolarmente importante a proposito del rapporto tra street art e riqualificazione delle periferie. Ed è forse quello che come Sguardi urbani ci coinvolge di più: la street art come forma di osservazione e conoscenza di un territorio. Laddove praticata in maniera del tutto informale, fare street art permette di accedere a realtà che difficilmente potrebbero essere avvicinate. Pur essendo “straniero” (primo problema da superare per chi si avvicina ad una periferia) “pittare” in un quartiere ti permette di entrare facilmente in relazione coi luoghi e le persone, conoscerne le storie e i desideri. Un po’ come raccontano (molto meglio di noi) Cyop&Kaf nel loro ultimo libro “Taranto. Un anno in città vecchia”:

“…L’attivazione ovvio, ma insieme all’osservazione: primo passo da compiere, quello che dà la gioia del mettersi in cammino e la consapevolezza dell’inciampo dietro l’angolo. Ora, un’inchiesta può avere le più svariate forme: narrativa, fotografica, può essere filmata. Il mio approccio è certo pittorico (ma qui troverete anche della storia orale, altrove appunti filmici) ma in contemporanea fisico, di prossimità. Quante volte è capitato che i più piccoli mi portassero per mano a scoprire nuovi possibili luoghi da dipingere? Quante storie mi vengono riversate addosso mentre sono intento a mutare pelle a un vicolo buio?” (per la versione integrale qui)

Approfitteremo della loro presenza a breve qui a Palermo per discutere di questo e di molte altre cose.

Ed ecco come è andata l’inaugurazione del nostro nuovo tour sugli antichi mestieri!

E alla fine ce l’abbiamo fatta! Sabato 21 febbraio abbiamo inaugurato il nostro nuovo tour urbano sugli Antichi Mestieri del centro storico di Palermo. Con Silvia Messina e Chiara Utro, le ideatrici del tour, abbiamo accompagnato i partecipanti (e nuovi soci di SgUarDi Urbani!) intrepidi e non curanti del freddo e della pioggia tra i vicoli del centro storico custodi di antiche botteghe e di nuove realtà imprenditoriali legate a mestieri artigianali.

IMG_5142Ci hanno accolto mani sapienti e sguardi attenti di artigiani dediti alle loro creazioni uniche i cui meticolosi metodi di lavorazione ancora oggi sfuggono alle logiche di larga scala, ai ristretti tempi di lavorazione  e alla  produzione industriale rendendo ogni manufatto prezioso, esclusivo e originale. Bottoni, cappelli, gioielli, oggetti sacri in argento, manufatti in pelle: gli artigiani del centro storico ci hanno aperto le porte dei loro universi creativi, svelandoci alcuni segreti e mostrandoci come ogni giorno con passione ideano e costruiscono le loro creazioni. IMG_5167 Un’esperienza di conoscenza che ci ha permesso di entrare in contatto con  tecniche di lavorazione manuali ma anche  e soprattutto  con donne e uomini e le loro passioni,  i loro vissuti e  i loro talenti che ripongono nel fare e nel sapere fare la trasmissione del sapere manuale attivando un importante potenziale di energie virtuose e di possibile rilancio economico della città. Il nuovo tour ci ha permesso ancora una volta di riflettere sul tema del tempo e della lentezza di cui tutti i manufatti sono custodi preziosi: “Il negozio storico è caratterizzato da una serie di elementi che ne attestano la storicità e il primo è sicuramente il tempo…le inalterate caratteristiche  merceologiche come espressione della tipicità del locale nel contesto culturale dei luoghi…. l’impatto sociale sul vissuto degli abitanti della città ” (da Negozi storici a Palermo- aut. Paola Guarino e Sebastiano Catalano- Ed Arti Grafiche Palermitane”. Il tour è disponibile su prenotazione sul sito  http://palermobybike.com/tour-in-bici/ e si potrà effettuare sia in bici sia a piedi.