Il nostro sguardo su riqualificazione delle periferie urbane e street art

Negli ultimi giorni a partire dal progetto “Big city life” avviato a Tor Marancia (Roma,) si è parlato tanto di riqualificazione urbana e street art, o meglio di come la street art possa contribuire a migliorare le condizioni di vita in aree periferiche. In particolare, a visioni entusiastiche si sono contrapposte le critiche di chi vede in questi interventi una strategia di marketing adottata dalle amministrazioni per fare finta di risolvere il problema. Per noi di Sguardi urbani quello delle periferie è un tema importante, sia per le attività di ricerca che abbiamo svolto su di esse, sia per le persone e progetti che abbiamo seguito ultimamente (date un’occhiata ai post precedenti). Sentiamo quindi di dare il nostro contributo a questo acceso dibattito. Andiamo per ordine.

1. Cosa intendiamo per periferia?

Periferia non vuol dire necessariamente “lontano dal centro”. Le aree periferiche possiamo trovarle anche in pieno centro città, basti pensare a Ballarò a Palermo, San Cristoforo a Catania o i quartieri Spagnoli a Napoli. Periferie sono piuttosto luoghi esclusi dai normali processi di sviluppo e di vita che investono il resto della città. Luoghi chiusi che si caratterizzano per dinamiche a sé stanti. Spesso costituiscono delle realtà estremamente complesse dove la marginalità è data dall’intreccio di dinamiche di tipo diverso (economico, sociale, infrastrutturale, politico) per cui è impossibile capire cosa determini cosa e quale sia la causa primaria di questo disagio. Tali caratteristiche hanno a nostro parere due principali implicazioni dal punto di vista di chi si avvicina ad una periferia: la prima è che per portare avanti un qualsiasi tipo di intervento bisogna conoscerla in maniera approfondita, la seconda (senza cui la prima non può verificarsi) è la possibilità di avere accesso a queste realtà. Dai racconti di operatori sul territorio, ma anche da esperienze fatte direttamente risulta chiaro come queste aree siano segnate da un complesso sistema di soglie e limiti, fisici e simbolici, per varcare i quali è indispensabile creare una relazione di fiducia. È per questo che le periferie vanno conosciute “dal di dentro”.

2. Come si riqualifica una periferia?

Bella domanda. Magari ci fosse una ricetta unica. Le periferie sono spesso caratterizzate da dinamiche che durano da così tanto tempo da essersi incancrenite e cronicizzate, al punto da impedire l’avvio di percorsi virtuosi di sviluppo. Risorse e processi di questi luoghi sono in qualche modo “bloccati”. Per questo le periferie sono spazi in cui le politiche (non la politica!) fanno fatica a intervenire e ad apportare una qualche forma di cambiamento.

In generale, le possibilità di risposta al problema della riqualificazione possono essere comunque variegate. Ad esempio il miglioramento delle condizioni abitative delle persone. Ma prendiamo il caso dello Zen 2: anche ammessa la perfetta manutenzione degli stabili risulterebbe comunque difficile pensare come gradevole l’esperienza di vivere all’interno di cubi di cemento assolutamente privi di relazione con l’esterno e per di più confinati in una sorta di ghetto circondato da grandi stradoni. Sembrerebbe forse più plausibile l’ipotesi di ricostruire il quartiere per intero. Oppure prendiamo Librino, dove il cattivo stato si manutenzione degli edifici è in qualche modo “voluto”. Nei palazzi delle zone “più calde” sono stati gli stessi residenti a togliere citofoni e ascensori, per rendere il più difficile possibile l’accesso ad estranei e continuare a portare avanti indisturbati le proprie attività (illegali). Sono esagerazioni ovviamente, che servono però a rendere l’idea della necessità di guardare ad ogni quartiere nella sua specificità e di intervenire guardando a più dimensioni contemporaneamente. Soprattutto guardando cosa succede quando sia in maniera spontanea che guidata dall’alto irrompono elementi di novità (progetti/mobilitazioni/interventi): che processi si attivano?e come interagiscono con gli abitanti e il territorio in generale?

3. E la street art?

La street art come qualsiasi altra forma d’intervento, va anche questa vista da vicino, nei processi che attiva e nelle relazioni che intesse con gli abitanti, le risorse e i problemi di un determinato quartiere. Dal nostro punto di vista può costituire uno strumento potentissimo. Nell’esprimere questo giudizio intendiamo rimanere fuori dal dibattito che oppone l’arte urbana (spesso commissionata) alla street art vera e propria. Più che le questioni etiche e di principio che possono muovere una forma di arte piuttosto che un’altra, ci interessano qua gli effetti che pratiche artistiche di diverso tipo possono avere su questi territori “difficili”. Pensiamo ai numerosi casi di gentrificazione che hanno riguardato le aree periferiche di alcune città dove consistenti interventi di street art (mi vengono in mente Valparaiso o Berlino, arte commissionata nel primo caso, spontanea nel secondo) ne hanno cambiato completamente il volto. In molti di questi casi gli effetti, almeno dal punto di vista di chi abitava originariamente questi luoghi, sono stati negativi a causa dell’innalzarsi improvviso dei prezzi degli affitti e del costo della vita. Ma resta comunque affascinante il potenziale di cambiamento di azioni artistiche che in apparenza effimere, se paragonate a grandi interventi di tipo più tradizionale (riguardanti le infrastrutture ad esempio) dimostrano un potenziale di trasformazione molto maggiore. Importante sarebbe a questo punto chiedersi se e come è possibile gestire questi processi di cambiamento in modo tale da andare a tutto vantaggio dei residenti.

Altro caso è quello di interventi artistici che riescono ad incidere su aspetti di tipo sociale più che su dinamiche economiche. Allargando un attimo il campo ci sembra interessante il caso della Porta della Bellezza a Librino. Un’esperienza, che per quanto al momento terminata (a scapito della possibilità di protrarne i benefici nel tempo) è però citata positivamente da moltissimi degli attori sul territorio come progetto meritevole per essere riuscito a rafforzare il senso d’identità e di appartenenza al quartiere di molti dei ragazzini coinvolti, nonché la capacità di collaborazione tra istituzioni e associazioni. L’idea di usare l’arte come forma di comunicazione e relazione con gli abitanti è dunque uno degli aspetti che ci sembra più interessanti quando parliamo di periferie e street art. In questo caso sono la capacità di riflessione critica e il coinvolgimento gli obiettivi realisticamente più raggiungibili. Almeno questa è la scommessa che si sta portando avanti con i laboratori di street art avviati coi bambini e gli adolescenti allo Zen 2.

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C’è infine un ultimo aspetto particolarmente importante a proposito del rapporto tra street art e riqualificazione delle periferie. Ed è forse quello che come Sguardi urbani ci coinvolge di più: la street art come forma di osservazione e conoscenza di un territorio. Laddove praticata in maniera del tutto informale, fare street art permette di accedere a realtà che difficilmente potrebbero essere avvicinate. Pur essendo “straniero” (primo problema da superare per chi si avvicina ad una periferia) “pittare” in un quartiere ti permette di entrare facilmente in relazione coi luoghi e le persone, conoscerne le storie e i desideri. Un po’ come raccontano (molto meglio di noi) Cyop&Kaf nel loro ultimo libro “Taranto. Un anno in città vecchia”:

“…L’attivazione ovvio, ma insieme all’osservazione: primo passo da compiere, quello che dà la gioia del mettersi in cammino e la consapevolezza dell’inciampo dietro l’angolo. Ora, un’inchiesta può avere le più svariate forme: narrativa, fotografica, può essere filmata. Il mio approccio è certo pittorico (ma qui troverete anche della storia orale, altrove appunti filmici) ma in contemporanea fisico, di prossimità. Quante volte è capitato che i più piccoli mi portassero per mano a scoprire nuovi possibili luoghi da dipingere? Quante storie mi vengono riversate addosso mentre sono intento a mutare pelle a un vicolo buio?” (per la versione integrale qui)

Approfitteremo della loro presenza a breve qui a Palermo per discutere di questo e di molte altre cose.

Ed ecco come è andata l’inaugurazione del nostro nuovo tour sugli antichi mestieri!

E alla fine ce l’abbiamo fatta! Sabato 21 febbraio abbiamo inaugurato il nostro nuovo tour urbano sugli Antichi Mestieri del centro storico di Palermo. Con Silvia Messina e Chiara Utro, le ideatrici del tour, abbiamo accompagnato i partecipanti (e nuovi soci di SgUarDi Urbani!) intrepidi e non curanti del freddo e della pioggia tra i vicoli del centro storico custodi di antiche botteghe e di nuove realtà imprenditoriali legate a mestieri artigianali.

IMG_5142Ci hanno accolto mani sapienti e sguardi attenti di artigiani dediti alle loro creazioni uniche i cui meticolosi metodi di lavorazione ancora oggi sfuggono alle logiche di larga scala, ai ristretti tempi di lavorazione  e alla  produzione industriale rendendo ogni manufatto prezioso, esclusivo e originale. Bottoni, cappelli, gioielli, oggetti sacri in argento, manufatti in pelle: gli artigiani del centro storico ci hanno aperto le porte dei loro universi creativi, svelandoci alcuni segreti e mostrandoci come ogni giorno con passione ideano e costruiscono le loro creazioni. IMG_5167 Un’esperienza di conoscenza che ci ha permesso di entrare in contatto con  tecniche di lavorazione manuali ma anche  e soprattutto  con donne e uomini e le loro passioni,  i loro vissuti e  i loro talenti che ripongono nel fare e nel sapere fare la trasmissione del sapere manuale attivando un importante potenziale di energie virtuose e di possibile rilancio economico della città. Il nuovo tour ci ha permesso ancora una volta di riflettere sul tema del tempo e della lentezza di cui tutti i manufatti sono custodi preziosi: “Il negozio storico è caratterizzato da una serie di elementi che ne attestano la storicità e il primo è sicuramente il tempo…le inalterate caratteristiche  merceologiche come espressione della tipicità del locale nel contesto culturale dei luoghi…. l’impatto sociale sul vissuto degli abitanti della città ” (da Negozi storici a Palermo- aut. Paola Guarino e Sebastiano Catalano- Ed Arti Grafiche Palermitane”. Il tour è disponibile su prenotazione sul sito  http://palermobybike.com/tour-in-bici/ e si potrà effettuare sia in bici sia a piedi.

Antichi e nuovi mestieri a Palermo: l’importanza di riprendere le tradizioni artigiane.

La struttura della città e gli antichi mestieri sono due cose che a Palermo vanno insieme: Via dei Materassai, dei calderai, degli argentieri . Camminando per Palermo ci si rende conto che alcune strade hanno preso forma insieme ad un mestiere che si svolge(va) in quella via. A Palermo “il piano urbano sembra una specie di pagine gialle” (Basile, 2006).  Le strade oltre a un nome, spesso indicano un mestiere.

Foto: Elizabeth Zenteno Torres
Ingresso Vucciria.

Da quella particolarità urbana, nasce l’interesse per conoscere in proffondità alcuni mestieri che fanno parte della storia sociale di Palermo, ne hanno contribuito oltre che al piano urbanistico, a creare dei rapporti sociali attorno. Infatti le attività artigianali favoriscono i rapporti diretti tra gli individui e creano legami sociali,  (come quello tra il committente e l’artigiano, tra il maestro e l’apprendista) che sono alla base della convivenza civile e pacifica di ogni comunità; artigiani quindi non come creatori di soli oggetti ma artigiani quali costruttori di legami sociali.

Inoltre con questo tour vogliamo valorizzare la produzione artigianale, conoscendo le procedure di ciascun mestiere che visiteremo; perché spesso quando compriamo non pensiamo al lavoro che c’è dietro ciascun oggetto.

Invece per produrre un oggetto è indispensabile pensare: il lavoro manuale è vera esperienza  conoscitiva della materia ma anche di se stessi. Per riuscire a realizzare anche un solo manufatto è necessario riuscire a immaginarlo, trovare il giusto modo di farlo per poi costruirlo materialmente con il lavoro della mano, custode di un’abilità spesso poco spiegabile, un “sapere tacito” frutto di un lavoro quotidiano e di un’ eredità spesso secolare.

L’artigianato non è quindi mero lavoro della mano ma coordinazione tra mente e corpo, è unione di mano e pensiero in cui l’uomo si misura sia con l’insieme che col dettaglio, dando così origine ad oggetti che vanno poi ad occupare spazio nell’ambiente reale e nell’immaginario delle persone, creando per questo un interazione tra l’artigiano, le comunità e lo spazio in cui opera.

Purtroppo nella società contemporanea la velocità di produzione acquista sempre piú valore, a scapito del lavoro artigiano: molti di questi mestieri sono spariti. Tuttavia tanti altri resistono ancora e nuovi ne nascono nonostante il diffondersi dei centri commerciali. Quindi conoscere gli antichi mestieri di Palermo significa rivalutare un pezzo di storia cittadina, che è scritta nelle strade che quotidianamente attraversiamo. È considerare l’artigiano come una fonte orale d’informazione della storia della città, valorizzando il loro lavoro integrale che ha un passato, ma anche un futuro.


Riflessioni in collaborazione con Rino Attanasio, l’Arte della Ceramica.

Diario di viaggio #3 Street art in a row!

Questo post è dedicato all’amico/collega Marco Mondino, che da un po’ mi chiede di mandargli foto dei “segni” artistici disseminati nelle città che vado visitando.

Eccovi quindi qualche galleria fotografica, insieme a un po’ di riflessioni (da neofita del genere!) che mi hanno accompagnato in questi giorni.

La prima cosa che mi è venuta in mente buttando uno sguardo qua e là è che l’arte urbana che ho incontrato qua in Brasile non ha quell’effetto di “frattura” (cit. Mondino) sul paesaggio urbano. I murales sembrano essere un linguaggio molto diffuso e usato per gli scopi più diversi. Non sempre veicolano significati di protesta o impegno civile ma possono essere usati per pubblicità di locali, o per diffondere la conoscenza di progetti o iniziative. Qua molto spesso l’arte urbana è commissionata (dal comune, da ong, da privati) per i motivi più disparati. Ecco qualche foto scattata in città.

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Cos’è dunque che provoca le “fratture” in città?

I Pixaçao! Qua sono diventati la mia grande passione. Mai sentito parlare? Si tratta di una forma di writing tipica del Brasile che usa uno stile ben definito ispirato alla grafica delle copertine heavy metal degli anni ’80. I pixaçao possono comparire ovunque in città ma il luogo dove si trovano più spesso sono le cime degli alti e grigi palazzi che popolano le città brasiliane. Tutta la sottocultura giovanile che orbita intorno a questo mondo si basa fondamentalmente sull’adrenalina della competizione (nel raggiungere il punto più alto e pericoloso) e sulla protesta contro l’esclusione sociale che opprime i ceti più poveri .

Passeggiando per le strade è impossibile non notarli e rimanerne colpiti. Aggressivi e chiaramente visibili suonano di sfida e avvertimento. Sfidano la logica imperante che domina i processi di urbanizzazione delle città brasiliane, per cui (il palazzo) alto è sicuro, alto è distante, e può allontanare il ricco dal povero. I pixadores (coloro che realizzano i pixaçao) sfidano l’altezza per ridare visibilità a problemi sociali che in maniera costante la società brasiliana cerca di nascondere “sotto il tappeto”. Per questo, nonostante spesso sfocino in atti vandalici, per me assumono lo stesso fascino che in maniera infantile e spassionata provo per gli eroi mascherati dei fumetti.

Proprio perché imprendibili e irraggiungibili in tutti i sensi le foto che ho scattato non riescono a fare vedere granché ma chi volesse approfondire può cliccare qui.

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Passiamo a Curitiba. La visita a Curitiba è stata costantemente accompagnata dal tema street art, anzi dall’arte in generale. Abbiamo conosciuto street artist (ma in questo c’è stato lo zampino del Collettivo Fx!), artisti visuali, scrittori, poeti, studiosi della street art. Sarà per questo che la street art di Curitiba mi è sembrata particolarmente bella. Il comune la incentiva un sacco, mette a disposizione materiali e finanziamenti per chiunque voglia realizzare iniziative di questo tipo. Paulo ad esempio sta per cominciare con i ragazzi di un quartiere degradato un lavoro di recupero della memoria attraverso la street art  (speriamo di riuscire a portare la sua esperienza dalle nostre parti…). Oltre che vedere bella street art, a Curitiba ho cominciato a riflettere sui suoi effetti sulle dinamiche di sviluppo della città. Con i ragazzi della Bicicletaria Cultural abbiamo a lungo parlato del processo di riqualificazione dal basso che ha riguardato la Praça do bolso do ciclista e la via a lato, Rua Sao Francisco (situate in pieno centro). Le iniziative di recupero della ciclofficina, insieme al lavoro di molti street artist, hanno migliorato notevolmente l’estetica e la qualità della vita dell’area, ora sede di numerosi locali per giovani. Alcuni hanno paura però che a breve il costo degli appartamenti salirà enormemente, provocando processi di gentrificazione (nuovi residenti di ceti medio alti che sostituiscono quelli più poveri). E’ un tema piuttosto controverso, che vorrei approfondire in futuro. Pensare che l’arte possa generare un impatto negativo sulla città mi sembra un’idea inaccettabile. Una soluzione deve pur esserci. Ecco qualche foto (purtroppo mi sono accorta che alcune sono andate perse…)

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A Curitiba tra i vari incontri fondamentale è stato quello con Angelo. Angelo è un professore dell’UFPR (Università federal do Paranà) che ha deciso di conciliare le sue varie passioni diventando fotografo e allo stesso tempo studioso della street art. Tra i vari libri che ci ha regalato ho trovato risposta a una domanda che mi accompagna da quando ho cominciato a interessarmi di street art. Com’è che da inesistenti i murales ad un certo punto sono diventati uno miei punti di osservazione privilegiati della città? In “espelho da cidade” Angelo spiega che la città è fatta di mille linguaggi sovrapposti. Per poterli leggere deve accadere qualcosa (una “frattura” per riprendere non a caso una parola già citata) che li isoli e ce ne faccia leggere il significato. E’ in questo modo che la street art può aprire porte e finestre verso un modo di vedere e immaginare le cose a cui non siamo più abituati.

Infine Buenos Aires (poi mancherà un’ultima tappa dove non sono ancora stata). Qua tutto quello che ho incontrato, in maniera meditata e non, è stato merito di Anna! Bello passare del tempo insieme dopo tanto tempo. Abbiamo girato per la Boca, quartiere d’immigrazione italiana, e di street art ne abbiamo trovata un bel po’. Allontanandoci dalle strade più battute per caso siamo finite a casa di Margarita, donna super attiva che ha da poco messo su una residenza per artisti, Caffarena 86, proprio di fronte il vecchio gasometro (ora sede di mostre permanenti e temporanee). Margarita fa l’insegnante d’arte ma pensa che l’arte nei musei sia noiosa, si diverte di più con la street art! come darle torto…

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Street Art nel quartiere ZEN di Palermo

Lo scorso giovedì 20 abbiamo vissuto una giornata magica! Sguardi Urbani ha accompagnato e assistito alla realizzazione di altri due murales nel quartiere San Filippo Neri,  ZEN di Palermo. Durante una lunga giornata tre artisti hanno fatto le loro creazioni dentro uno dei padiglioni del quartiere ZEN, quello giusto accanto al “Giardino della Civiltà” comunemente chiamato “U’ montaruozzo”. Luogo che accumula diverse condizioni di degrado ambientale: è una discarica a cielo aperto. Ed è stato proprio lì, nel padiglione accanto, dove abbiamo deciso di rendere i padiglioni un luogo più bello. Eravamo due donne e due uomini. Noi donne siamo andate a parlare con le mamme del quartiere, che già mi conoscevano dato il lavoro di campo che ho svolto nel quartiere negli ultimi anni. Quindi essendo una persona conosciuta, non è stato difficile presentare Julieta, l’artista che mi accompagnava. Gli abbiamo proposto di fare un murales, e loro ci hanno offerto tutte le pareti che avevano a disposizione. “Fai qualcosa di bello! Al meno così quando esco di casa si vede una cosa bella, non sempre il muro brutto” ci ha detto una delle donne. DSCF9704 Poiché era giovedì mattina, pensavamo che i bambini sarebbero stati a scuola, ma giusto giusto la scuola era chiusa e noi li abbiamo messi a lavorare! “almeno così si divertono” ha detto una mamma. Julieta  ha fatto vedere ai bambini un suo quaderno con i disegni, per farli scegliere a loro. Si è deciso di fare una volpe, ed eccola a lavorare! Velocemente sul muro, e con una abilità incredibile, Julieta ha disegnato i contorni della volpe. Poi però sono stati i bambini a riempire e colorare le forme. DSCF9713 I fiori di Julietta non bastavano e i bambini hanno voluto aggiungere altre figure fatte da loro stessi: cuori, un sole, e ancora più fiori! Julieta l’ha finito e fatto i contorni. Loro erano felicissimi!  “è bellissimo!” dicevano.

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Nel frattempo il Collettivo FX e Nemo’s hanno accettato le richieste maschili. Un “BobMarley” gigante! Gli hanno offerto una grande parete e loro hanno cominciato…

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In pochi muniti si è passato da una parete vuota, al viso di Bob Marley! Eccolo!

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Con una abilità ammirevole nel maneggiare le aste (ho imparato che si chiamavano così!) velocemente sto ‘bobmaley’ ha presso forma. Tutti a guardare agli artisti! Di nuovo venivano da altri padiglioni ad osservare agli artisti. DSCF9764 E uno dei residenti, chi ci aveva messo a disposizione la parete mi fa vedere che il disegno si vede da lontano, che si distingue bene e mi dice: “ma chi se lo può permettere? e io ce l’ho!” mi dice fierissimo.

 

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Grazie infinite di nuovo al Collettivo FX, a Nemo’s e a Julieta per offrirci la vostra arte!

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Una valigia per l’immaginazione! Murales nel quartiere ZEN di Palermo

Continuando le nostre riflessioni sullo Street art, è che ci siamo coinvolte in un progetto autogestito di Street art nel quartiere San Filippo Neri, ZEN di Palermo. A partire dal desiderio spontaneo – ed insistente- del collettivo FX,  ha voluto disegnare in un muro del quartiere e dopo ripetute visite ci è riuscito! Accompagnato da Nemo’s si sono impegnati nell’impresa che non è stato per niente facile,  è risaputo che il quartiere è molto chiuso e resistente alle visite esterne, e questi artisti provenienti del nord non avrebbero avuto l’ingresso facile.

Sguardi Urbani, insieme a Giorgia, una volontaria che da anni frequenta il quartiere, abbiamo accompagnato e guidato agli artisti in quartiere. Fu così che venerdì 3 ottobre è stato dipinto il primo murales nel quartiere ZEN di Palermo. Il primo all’area aperta, dentro un padiglione – oppure insulae –  che è l’unità abitativa base di tutto il quartiere.

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Gli artisti hanno lasciato una valigia aperta all’immaginazione, e le idee cominciarono a scorrere! I bambini hanno dipinto dentro la valigia quello che non c’è in quartiere (ed ecco uno degli esercizi più difficili… immaginare quello che non è quotidiano!). La torre Eiffel è stata la prima ad essere stampata sulla parete, poi sono venuti leoni, e animali selvatici.

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La giornata si è estesa più da quanto si aspettava, e i vicini del padiglioni si preoccupavano di noi. “ancora travagghiano chiddi” si sentiva dire in giro. E di fronte al nostro sforzo si sono attivati i vicini, la luce ormai se n’era andata e sono arrivati dei ragazzi ad offrirci una lampada per illuminare la parete… il lavoro era apprezzato! I nostri transitori dirimpettai ci chiedevano se non eravamo stanchi e ci offrirono acqua e caffè, che hanno sceso dentro il paniere con i bicchieri di carta. Arrivarono i vicini del padiglione, ma anche chi abita fuori di esse, nei padiglioni accanto, si avvicinava e chiedeva informazione, ci dava consigli utili e pensavano a cosa aggiungere nel disegno… Si sviluppava l’immaginazione! Alcuni meravigliati dei giovani che “se la fidano a disegnare” volevano anche loro una versione nella propria parete.

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Ed è stato così che è successo il miracolo nelle mani della street art! L’interesse e la partecipazione della comunità si è attivato.

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Questa esperienza ci ha fatto riflettere su come lo Street art può essere un’effettivo istrumento di cambiamento sociale e di riqualificazione urbana. Grazie sincere collettivo FX e Nemo’s per aprire  al quartiere questa valigia… chissà verso quali nuovi mondi ci accompagnerà!

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Percezione dello spazio urbano. Vivere nel quartiere ZEN di Palermo.

Lo scorso sabato 15 Sguardi Urbani è stato presente nell’international meeting SPACTION, organizzato dall’Università di Palermo.

In quest’occasione, eravamo interessate  a condividere con gli assistenti risultati della ricerca etnografica presso il quartiere San Filippo Neri, ZEN di Palermo. Elizabeth Zenteno ha esposto alcune mappe cognitive che hanno consentito analizzare come vivono e percepiscono quotidianamente lo spazio urbano gli abitanti di questo quartiere. e quali elementi dello spazio urbano sono più significativi per loro.

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Dall’analisi sono emersi alcuni elementi importanti. La chiesa del quartiere è il principale, e per i residenti dello ZEN 2 praticamente l’unico punto di riferimento nel quartiere. Però la struttura architettonica della chiesa non è neutra. Dal lato dello ZEN 1 mostra un verde giardino, la sua faccia migliore. Invece dal lato dello ZEN 2 sembra che dia le spalle.

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Chiesa San Filippo Neri guardata dallo ZEN 2

 

Altro elemento che emerge costantemente nei disegni è la distinzione tra le due parti del quartiere, come due entità unificate ma distinte. Questa distinzione avviene sopratutto nei disegni degli intervistati che abitano nello ZEN 1.

Il ruolo che il centro commerciale Conca d’Oro ha nella vita quotidiana degli abitanti dello ZEN è stato un’altro aspetto analizzato, considerando che è di relativamente recente inaugurazione, ma che velocemente ha cominciato ad avere un ruolo nella loro quotidianità, anche se non tanto a livello di mercato come a livello sociale.

L’analisi delle mappe cognitive ci ha concesso di conoscere anche quali strutture del quartiere hanno rilevanza, perché presenti nella loro vita quotidiana. Conoscere l’importanza di questi elementi, quelli che sono presenti, così come quelli che non lo erano ci da spunti per comprendere i loro punti di riferimento, e ci ha consentito di costruire la loro rappresentazione dello spazio attraverso la formazione di specifiche immagini mentali.

In questo senso le mappe cognitive si sono mostrate un’utile strumento di indagine qualitativo che permette al ricercatore di lavorare in contesti difficili e specialmente quando esprimersi linguisticamente può essere difficile per gli intervistati.