Le città invisibili – Note di lettura

“Kublai Kan s’era accorto che le città di Marco Polo s’assomigliavano, come se il paesaggio dall’una all’altra non implicasse un viaggio ma uno scambio di elementi. Adesso da ogni città che Marco gli descriveva, la mente del Gran Kan partiva per suo conto, e smontata la città pezzo per pezzo, la ricostruiva in un altro modo, sostituendo ingredienti, spostandoli, invertendoli.”

Vogliamo partire da questa citazione dall’opera di Italo Calvino per far comprendere come la scelta per questo secondo “appuntamento” di note di lettura si sia rivelata piuttosto ostica, non solo per la ricchezza semantica del testo e il forte potere evocativo delle parole in esso contenute, ma anche per l’impossibilità di analizzarlo ancorandosi ad una cornice di riferimento teorica precisa. Nonostante questo, leggendo e attraversando le pagine del libro, mi sono accorta che il mio personale viaggio nelle parole di Calvino, affidate a Marco Polo, aveva come tacito scopo quello di rintracciare frammenti di immagini che richiamassero l’idea di un luogo specifico, quello del

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Il castello dei Pirenei – René Magritte, 1961

quartiere Kalsa, al centro del mio lavoro di ricerca, collocato nel ventre di una città come Palermo la cui storia millenaria la trasforma ogni giorno ai miei occhi in uno scrigno infinito di stratificazioni di identità e luoghi passati. Tra le tante descrizioni di città viste o sognate da Marco Polo, quella di Maurilia sembra riassumere questo aspetto:

“Guardatevi dal dir loro che talvolta città diverse si succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro. Alle volte anche i nomi degli abitanti restano uguali, e l’accento delle voci, e perfino i lineamenti delle facce; me gli dèi che abitano sotto i nomi e sopra i luoghi se ne sono andati senza dir nulla e al loro posto si sono annidati dèi estranei”.

Il volo pindarico dai luoghi descritti ne Il Milione, opera del protagonista del romanzo di Calvino, a quelli de Le città invisibili per arrivare, infine, ai luoghi della mia ricerca, risulta meno immaginifico se si prova a pensare che le linee di unione da tracciare passano in realtà non tra territori fisici ma tra immagini descritte dai due autori e quelle del quartiere frutto della mia interpretazione e dei miei soggettivi criteri di osservazione. Ogni popolazione prende forma dallo spazio che abita, e lo spazio, viceversa, si nutre delle reazioni che scatena su chi lo vive e verso, appunto; le forme assunte da tali interazioni nei contesti di mutamento urbano, come quello attraversato dal quartiere Kalsa, rientrano tra i miei interessi dichiarati di ricerca. Le descrizioni delle città offerte nel testo che pongono al centro degli spazi del vivere la bellezza, la fantasia, la creatività, il sogno e, soprattutto, il legame di appartenenza tra gli abitanti e lo spazio stesso rappresentano fonte di ispirazione per arricchire le mie capacità di ricerca e osservazione. La ricerca intesa come viaggio può fare spazio nell’osservazione scientifica a possibili divagazioni, proiezioni e idee su un luogo che spostano l’analisi verso scenari desiderati e non, visti o talvolta nascosti.

Nelle città descritte da Calvino, ciascuna contraddistinta da una peculiarità, al limite tra l’assurdo e il grottesco, vi è sempre una forte interazione tra i caratteri fisici dello spazio e quelli degli uomini e delle donne che lo vivono e che alimentano attraverso uno scambio continuo con il contesto circostante la loro specificità di abitanti e quella della città stessa che li ospita, indissolubilmente legati. Per questo motivo, l’impossibilità di inquadrare il testo in griglie preimpostate vuole rappresentare nel mio percorso di analisi una fonte preziosa di ispirazione a cui ancorarsi per non rimanere schiacciata da categorie teoriche di interpretazione della realtà, a volte rigide e preconfezionate, lasciando spazio alla creatività e soggettività che deriva dallo sguardo di chi osserva e attraversa i luoghi, come il viaggiatore, lo scrittore, il ricercatore.

L’opera in questione sfugge, infatti, fin dalla sua nascita a svariati tentativi di critici letterari di inquadrarla in uno specifico genere narrativo in quanto non definibile come romanzo ma più, semmai, come una serie di racconti (e non un insieme) dato il carattere estremamente eterogeneo delle composizioni, la cui brevità potrebbe anche identificarle come poesie in prosa o favole. La difficile individuazione del genere a cui appartiene il testo di Calvino riveste però non soltanto un carattere di complessità nell’analisi dell’opera ma anche una sfida aperta per critici o semplici lettori curiosi di decifrarne elementi utili a  definizioni inedite e fuori dagli schemi. Come ad esempio, l’attribuzione

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Dipinto di Francesco Musante

di un carattere liquido all’opera che lo rende non più un romanzo “comune”, da leggere per pagine consecutive, ma composto da elementi intercambiabili tra di loro, simili e allo stesso tempo diversi: in sostanza definibile come un ipertesto moderno che assume la forma che il lettore decide di conferirgli. Se ci si sofferma infatti sul significato della parola ipertesto sarà possibile trovare significative connessioni con la sperimentazione letteraria (e un po’ giocosa) di Calvino.  Sebbene tale termine trovi origine semantica nel lessico informatico (coniato nel 1965 da T. Nelson), è possibile sintetizzare il significato e declinarlo anche a differenti campi della conoscenza: un ipertesto equivale, infatti,  ad  testo/sistema organizzato in un insieme di moduli elementari che ne permette la lettura, integrale o parziale, secondo diversi percorsi logici dotati ciascuno di autonomia di significato scelti direttamente da chi li legge.  Il concetto sottostante risiede nella possibilità che la mente possa procedere non solo per sequenza logiche ma anche per associazioni di idee. Ed è proprio sulla capacità e possibilità di abbinare istintivamente le parole ad immagini che fa leva l’autore, rendendo l’opera un ipertesto ricchissimo e “portatore sano” di immaginazione.

Nella lettura del testo e delle città in esso descritte, la dimensione del viaggio possiede una carica evocativa talmente forte da superare l’idea di spostamento meramente fisico del viaggiatore tra un luogo e l’altro; le pagine sembrano, infatti, affidare al treno della fantasia un carico di immaginazione itinerante e favolistico su cui fare salire il lettore per farlo poi scendere, o meglio soffermare, su idee e sogni di città.

Titolo: Le città invisibili; autore: Italo Calvino; casa editrice: Mondadori (collana Oscar opere di Italo Calvino) ristampa anno 2016; pp. 176, Milano. Primo anno di edizione: 1972; editore: Giulio Einaudi, Roma, pp. 172.

 

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