Tutti pronti per Manifesta 12?

E finalmente siamo alla vigilia di Manifesta 12, la biennale d’arte nomade, che da diversi mesi ormai tiene buona parte dei professionisti, artisti e operatori del settore culturale e turistico in grande fermento presi da una ventata di ottimismo e curiosi di capire quello che avverrà in città nei prossimi mesi.

La navicella spaziale di Manifesta, scesa direttamente dall’Olanda, da settimane si è installata al teatro Garibaldi trasformando piazza Magione nel suo quartier generale da cui irradierà per i prossimi cinque mesi le proprie attività. I giornali ne parlano di continuo, annunciano il sold out in alberghi e b&b. Ed effettivamente girando per strada è evidente l’aumento di presenze straniere in città, le politiche di rilancio turistico e culturale messe in campo dal sindaco sembra stiano dando i loro effetti. Non solo lungo gli assi principali del centro storico, sempre più gremiti di bancarelle e di turisti (secondo uno stile che a dire il vero talvolta ricorda forse più le sagre di paese che la grande città europea), ma anche le viuzze dei quartieri interni si popolano sempre più di gruppetti con audioguide arancioni, coppie felicemente perse tra vicoli, piazze e mercato, singoli viaggiatori immersi nel loro viaggio personale nel viaggio reale. I loro occhi luccicano e si riempiono mentre poco più avanti il mercataro di una delle bancarelle del Capo sgrida la moglie per non avere sorvegliato a dovere la frutta e verdura esposta: “Ma non lo vedi che il mercato cambia ogni giorno?”.

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ph. Mauro Filippi – Piazza Garraffello 

E nel frattempo aumenta la curiosità di amici e colleghi che in Italia e all’estero chiedono notizie e prenotano un biglietto per riuscire a passare almeno qualche giorno in questa città che grazie Manifesta e al titolo di Capitale italiana della cultura sembra aprirsi definitivamente a nuove traiettorie di cambiamento. Che impatto avrà tutto questo fermento sulla città? Se arte e cultura sono motori di rigenerazione urbana, così come largamente affermato nella letteratura internazionale ma anche nella retorica ufficiale, in che modo si attiveranno nuovi circoli virtuosi di sviluppo?

Noi di Sguardi Urbani siamo curiosi di scoprilo e desiderosi di raccontarvelo. Seguiteci nelle prossime settimane!

Le mille e una Palermo: vieni a scoprire l’anima arabo-normanna di Palermo attraverso i cinque sensi!

Ebbene ci siamo. Abbiamo il piacere di annunciarvi che il 19 maggio prende il via Le Mille e una Palermo, sei week-end di iniziative culturali e un’applicazione web da scaricare che vi permetterà di scoprire il patrimonio arabo-normanno della città in modi non convenzionali, così come l’ormai da tradizione per noi di Sguardi Urbani.

Sei week-end di iniziative culturali gratuite dal 19 maggio al primo luglio: dalle passeggiate sonore, ai percorsi gastronomici, al tour alla scoperta degli artigiani di Monreale o dei giardini della tradizione islamica, senza dimenticare le passeggiate in bicicletta, senza dimenticare i tour-gioco per bimbi con famiglie accompagnati dalle bellissime miniguide di Nina Melan (99POM).

Ci sono anche le cooking session organizzate presso la pastry accademy di Giovanni Cappello per imparare a preparare la cassata siciliana e la frutta martorana, i concerti nei giardini di San Giovanni degli Eremiti col Duo-Saimé e del Palazzo della Zisa con un’istallazione sonora a cura di Vacuamoenia ed Emiliano Battistini.

L’applicazione web sarà invece scaricabile gratuitamente a partire dal 19 maggio da gli store Apple e Android permettendovi di ampliare la vostra esperienza del patrimonio arabo-normanno della città con contenuti multimediali e chicche di diverso tipo.

Per realizzare la manifestazione abbiamo avuto il piacere di collaborare con amici e professionisti di elevata competenza: Vacua moenia ed Emiliano Battistini per la parte legata all’ascolto, Chiara Utro per la ricerca sugli artigiani di Monreale, Silvia Messina per la ricostruzione della tradizione legata al giardino islamico, Davide Puca per la progettazione del tour sui mercati e sul cibo di strada, Nina Melan di 99POM per la miniguida illustrata, Tundesign per la progettazione grafica, Coffice per lo sviluppo dell’applicazione web e ancora le bravissime guide Salvo Equizzi, Rachele Fiorelli, Elisabetta Zora, Valentina Molozzu.

Insomma non vi resta che leggere il programma e scegliere se ascoltare, gustare, toccare, annusare vedere, andare in bici o portare i vostri bimbi per scoprire l’anima arabo-normanna della città!

Le iscrizioni alle passeggiate e alle cooking session sono ufficialmente aperte. Potete iscriverci scrivendo a urbanisguardi@gmail.com o chiamando il 3381522213.

Vi aspettiamo!

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Note di lettura

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Inauguriamo oggi la nuova sezione del blog di Sguardi Urbani: Letture sulla città. In questa sezione del blog sarà possibile trovare delle analisi o delle semplici impressioni su opere letterarie che ci hanno colpito e nelle quali abbiamo trovato un nesso più o meno forte con i nostri ambiti di ricerca. La voglia di creare questo spazio di riflessione e spunti era già forte dentro di noi, ed una buona occasione per inaugurarlo è la scia dei nostri  lavori di ricerca svolti nell’ambito del Programma di ricerca “Idea – Azione” (promosso dall’Istituto di Formazione Politica Pedro Arrupe di Palermo  e  finanziato dalla Tokyo Foundation Young Leaders Fellowship Fund (Sylff)). Vogliamo quindi iniziare da quattro recensioni di opere mirate all’approfondimento delle nostre due diverse indagini: una dedicata alle trasformazioni urbane del centro storico di Palermo, con particolare riferimento alla zona della Kalsa, e una all’analisi dei  processi di innovazione sociale in quartieri periferici…

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Le mani sulla città – note di sala

La scelta di analizzare la pellicola girata da Francesco Rosi nel 1963 si basa sulle forti connessioni presenti tra l’opera e la mia ricerca, legata all’attuale questione abitativa nel quartiere Kalsa del centro storico di Palermo. Questa decisione può apparire solo a prima vista anacronistica poiché

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Foto di scena del film

la visione offerta dal film sul tema della città e dei meccanismi che regolano e determinano le scelte delle politiche urbane abitative dei centri storici risulta essere quanto mai contemporanea. Le dinamiche messe a nudo dal film, frutto di intrighi politici e un uso avido e bieco di strumenti di pianificazione, mostrano una realtà riscontrabile anche oggi in contesti urbani eterogenei dove schieramenti politici e localizzazione geografica sembrano rappresentare variabili ed elementi identitari secondari: i centri storici delle città sembrano essere accomunati, infatti, da logiche comuni e indipendenti dal contesto. Nella fattispecie del film, la città di Napoli si dota di un’autonomia narrativa e quasi universale in grado renderla emblema dell’immaginario urbano di tutte le metropoli occidentali colpite dal dramma della speculazione immobiliare. A dar forza alla scelta de Le Mani sulla Città hanno contribuito lo spirito passionale delle due città nonché le profonde similitudini sociali e identitarie dei due centri storici che si rivelano ancora più coerenti ad offrire una valida chiave di lettura sui meccanismi politici delle strategie urbane abitative.

Il film, diretto da Francesco Rosi nel 1963, narra la vicenda di Edoardo Nottola, un consigliere comunale del centrodestra e grande imprenditore immobiliare intenzionato col sostegno del sindaco ad avviare un importante progetto edilizio in un nuovo quartiere di Napoli collocato in una zona di espansione della città diversa da quella prevista dal piano regolatore approvato. Parallelamente alle attività consiliari di Nottola, la Società Bellavista di sua proprietà esegue dei lavori in un vicolo di un quartiere popolare del centro storico che provocano il crollo di un vecchio edificio ancora abitato. I consiglieri comunali dell’opposizione chiedono a gran voce la costituzione di una commissione d’inchiesta che rappresenti tutti i partiti politici, seguiti dai giornali dell’opposizione che denunciano Nottola quale responsabile dell’incidente. Quest’ultimo però non solo non risente delle accuse a lui mosse, ma chiede al Comune di dichiarare pericolante l’intera zona. Questo al fine di  giustificare la demolizione di  tutti gli edifici della strada, ottenendo il risultato sperato di allontanamento dei residenti e lo scoppio dell’emergenza abitativa che giustificherebbe il progetto edilizio di Nottola che chiede anche di essere nominato assessore, in modo da poter controllare l’attribuzione delle gare di appalto. La vittoria del centro con cui Nottola si era nel frattempo candidato pone  la questione della sua scomoda ed inopportuna nomina in qualità di assessore che si risolve in un gioco di compromessi politici e futuri vantaggi economici. Le parti politiche concludono un accordo ed è l’imprenditore a raggiungere il proprio scopo: la realizzazione del suo grande progetto immobiliare con mire espansionistiche e di speculazione sulla città.

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Immagine tratta dai titoli di testa del film

Il linguaggio cinematografico dell’opera trova nel cinema politico degli anni ’60 e ’70, la scelta di stile adottata da Rosi perfettamente coerente e funzionale agli intenti documentaristici e di inchiesta che il regista intende percorrere con chiari richiami e radici nel Neorealismo, nato nel dopoguerra. Il pubblico d’elezione del cinema di Rosi di cui Le mani sulla città rappresenta una delle principali espressioni si identifica in uno spettatore attivo e attento alla società in cui è immerso che fuori dalla sala cinematografica consolida il proprio profilo di cittadino attivo.

Il soggetto della pellicola muove dal crollo di una palazzina nel centro storico di Napoli, evento dal quale si dipaneranno i principali fatti del film e che vedranno nello svolgimento dell’inchiesta sulla vicenda il dispiegarsi dell’intreccio degli interessi privati e pubblici sulle scelte che presiedono più o meno visibilmente i piani urbanistici e gli spostamenti di popolazione all’interno delle città. Il forte parallelismo identificabile tra il film e la ricerca consiste negli eventi che hanno caratterizzato la storia delle trasformazioni del quartiere Kalsa, oggetto di studio, interessato da misure di progressivo

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Foto di Federico Prestileo

svuotamento e allontanamento degli abitanti storici dal centro alla periferia, che trova avvio nel 1885 con l’attuazione del “Piano regolatore di risanamento” dell’ingegnere Felice Giarrusso, per poi continuare in modo ancora più significativo nella seconda metà del Novecento caratterizzandosi sia da spostamenti coatti sia da storie, numerose e a volte poco note, di esodo volontario di famiglie. La scelta da parte di queste ultime di lasciare gli alloggi del centro storico fu determinata dalla condizione spesso fatiscente delle abitazioni di residenza e li spinse a trovare un nuovo riparo nei nuovi quartieri periferici (Borgo Nuovo, CEP e ZEN). Questi ultimi presentavano però non pochi problemi strutturali, come ad esempio il ritardo nella fornitura di servizi o l’incompiutezza dei progetti edilizi, ai quali si aggiungeva l’aggravante del progressivo sgretolamento delle reti sociali e del capitale umano ad esso aggregato risalenti ai vecchi legami di quartiere. Il carattere di forte denuncia del film si muove proprio in questo ambito poiché sottolinea come spesso a presiedere le decisioni politiche in tema di strategie abitative urbane si celino intrecci, logiche di interessi privati e intenti speculativi estranei alla corretta gestione e attenzione con cui trattare fragili e delicati equilibri delle biografie abitative dei cittadini che racchiudono al loro interno quelle identitarie dei luoghi della città. Decidere sulla città e sui luoghi dell’abitare significa mettere le mani non solo sulle pietre di una città ma anche e soprattutto sulla sua anima e identità.

 

Film Le mani sulla città Produzione: Italia 1963, bianco e nero, durata: 105 min; regia: Francesco Rosi; produzione: Lionello Santi per Galatea; soggetto:  Francesco Rosi, Raffaele La Capria; sceneggiatura:  Francesco Rosi, Raffaele La Capria, Enzo Provenzale, Enzo Forcella; fotografia: Gianni Di Venanzo; montaggio: Mario Serandrei; scenografia: Sergio Canevari; costumi: Marilù Carteny; musica: Piero Piccioni.

Note di lettura – Lo ZEN di Palermo: antropologia dell’esclusione

Il libro di Ferdinando Fava può essere considerato un riferimento imprescindibile per chi  si occupa di periferia e ancor più del quartiere ZEN di Palermo. Il libro è infatti in primo luogo uno strumento di conoscenza del quartiere, in quanto tenta di individuare e decostruire da un punto di vista etnografico le rappresentazioni del quartiere proprie dei diversi soggetti in gioco. Per questa ragione il testo e la ricerca svolta da Fava si è articolata seguendo di volta in volta l’immagine che i media e i discorsi politici restituiscono del quartiere, i discorsi degli operatori del Progetto Zen a proposito dei problemi dell’utenza e delle prassi di intervento, infine le rappresentazioni degli abitanti del quartiere. Nonostante le profonde differenze tra questi tre attori, la ricerca mette in evidenza come la presenza di una “frontiera” tra il quartiere e la città venga data per assodata e come ognuno dei personaggi e dei testi ripercorsi in questo libro si trovi di fronte alla necessità di confrontarsi con questo margine, articolandolo in modi spesso diversi l’uno dall’altro, decostruendo anche gli stereotipi che costruiscono il concetto di “periferia”, e di svelare i meccanismi che portano a definire un luogo come “altro” o meglio “escluso” dal resto della città. L’idea di fondo è che un luogo non sia periferico perché oggettivamente definibile come tale, ma lo diventi perché inteso come al margine nelle rappresentazioni degli attori che a questo fanno riferimento.

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Foto di Elizabeth Zenteno

Il libro si articola in quattro capitoli più le conclusioni. Nel primo capitolo l’autore svolge una rassegna ragionata della letteratura sia di settore che generalista che attorno allo ZEN ci fosse l’aura di un quartiere “ghetto”: distante, differenziato e segregato e con un impatto altamente stigmatizzante, che pone inevitabilmente la necessità per chiunque vi abbia a che fare, soprattutto per i residenti, di fare i conti con queste rappresentazioni. Per questi ultimi l’effetto di ghettizzazione percepito determina l’esigenza di reagire, o negando questa presunta alterità, fatta di carenze igieniche e abitative, degrado sociale e microcriminalità, o denunciando la gravità della situazione. Il secondo capitolo svolge una funzione di preparazione alla lettura dei successivi due poiché esplicita le modalità attraverso cui è stata portata avanti l’inchiesta e i principi metodologici che l’hanno guidata. A inizio del capitolo l’autore spiega la fondamentale differenza tra partecipazione e implicazione del ricercatore all’interno del campo di ricerca, sottolineando l’importanza di riflettere sul processo di implicazione del ricercatore all’interno del campo di ricerca. Il presentarsi come ricercatore, come soggetto “altro” rispetto alla quotidianità della realtà osservata permette l’emergere di relazioni con i soggetti protagonisti dell’inchiesta che dicono molto sulle rappresentazioni e immaginari che li caratterizzano. La ricerca svolta da Fava è stata quindi svolta attraverso una continua riflessione sul processo di implicazione e sugli elementi emersi nel corso di diversi momenti di incontro con la realtà studiata: gli scambi quotidiani e i racconti a orientamento biografico. 

Il terzo capitolo si occupa di analizzare le rappresentazioni che dello Zen hanno gli operatori impegnati nel quartiere e in particolare quelli coinvolti nel Progetto Zen del 1993, il cui obiettivo era quello di ridurre il rischio del coinvolgimento dei minori in attività criminose. In primo luogo, l’autore si preoccupa di individuare attraverso la lettura del documento di progetto le rappresentazioni del quartiere alla base del progetto, che risultano però essere del tutto conformi all’immaginario evocato dai media e messo in evidenza nel primo capitolo. Anche in questo caso l’immagine dello Zen che emerge è quella di quartiere altamente problematico sia dal punto di vista sociale che abitativo. All’origine della situazione di disagio sociale sembra collocarsi la famiglia “multiproblematica” caratterizzata dallo scarso livello educativo, dalla cultura dell’arrangiarsi, dalla quotidiana ricerca di espedienti, dall’assenza di senso del futuro. A renderla problematica è inoltre la scarsità di risorse economiche e il degrado dello spazio urbano vissuto (assenza di spazi pubblici, abitazioni in cattive condizioni, presenza di rifiuti per strada). I racconti a sfondo biografico degli operatori coinvolti nel progetto non fanno poi che confermare queste riflessioni e riportare una conoscenza del quartiere stereotipata, poco problematizzata ed estremamente conforme alle rappresentazioni veicolate dai media. Per ciascuno dei resoconti degli operatori l’autore mette in correlazione le vicende biografiche e di carriera con le rappresentazioni che essi hanno dello Zen. Viene così svelato il meccanismo secondo cui questi tendono ad interpretare il quartiere e i suoi problemi a partire dalla proiezione su di esso di categorie derivanti dal loro background culturale. Il capitolo offre così una riflessione sulle pratiche di intervento che spesso risultano inefficaci poiché la possibilità di apportare un cambiamento si scontra con la conseguente necessità di modificare l’impalcatura simbolica della rappresentazione dominante (improntata su una rappresentazione passiva degli abitanti) su cui si fonda e che giustifica il Progetto Zen. Il quarto capitolo sposta l’attenzione sugli abitanti del quartiere, rivelandone storie e caratteristiche del tutto diverse rispetto alle rappresentazioni emerse nel corso dei primi capitoli. I resoconti riportati restituiscono la varietà e multidimensionalità delle storie degli abitanti che in tutte le loro vicende dimostrano grande resilienza e capacità di gestire e far fronte alle difficoltà succedutesi nel corso della loro vita. All’interno di ogni racconto, viene sottolineata l’esigenza degli intervistati di confrontarsi con lo stigma esistente rispetto al quartiere e di prendere le distanze rispetto all’idea di marginalità che nei discorsi pubblici viene attribuita ai suoi abitanti. Nelle conclusioni l’autore torna a sottolineare l’importanza dell’implicazione del suo stesso ruolo di ricercatore all’interno del quartiere e di come solo in questo modo sia stato possibile per lui conoscere e quindi svelare i meccanismi di costruzione di una visione stigmatizzata del quartiere e allo stesso tempo, ascoltando i residenti, di costruire un racconto nuovo dello Zen.

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Foto di Elizabeth Zenteno

In conclusione la metodologia di adottata da Fava propone chiavi di lettura particolarmente interessanti per lo studio delle periferie urbane: l’attenzione sul processo di implicazione di soggetti “altri” rispetto alla quotidianità della realtà osservata pone sicuramente delle questioni piuttosto complesse soprattutto per quanto riguarda le possibilità di accesso al campo di ricerca e alle relazioni con i soggetti coinvolti nell’inchiesta. Infine il libro lascia  aperti degli interrogativi di particolare importanza per chi si approccia alla ricerca con l’intento di apportare un cambiamento nel contesto analizzato. Se il libro permette di decostruire alcune rappresentazioni cristallizzate e poco problematizzare attraverso cui viene letto il territorio e realizzati gli interventi, poco viene detto su come trasformare questo nuovo racconto del quartiere in nuove prassi di intervento. Rimangono dunque da definire le modalità o categorie attraverso cui leggere gli aspetti problematici di un quartiere e le relative strategie di intervento, cercando di resistere al tentativo di proiettare sui suoi abitanti categorie imposte dall’alto o provenienti dal nostro vissuto.

“Il mio testo non sarebbe nulla se i miei interlocutori non mi avessero rivolto la parola. Questa mi autorizza a parlare perché mi permette prima di tutto di darle risposta. Rappresentare questa parola è allora il nodo centrale, a un tempo redazionale, epistemologico e politico. ”

Ferdinando Fava

Titolo: Lo ZEN di Palermo: antropologia dell’esclusione; autore: Ferdinando Fava; casa editrice: Franco Angeli, 2008.

 

Le città invisibili – Note di lettura

“Kublai Kan s’era accorto che le città di Marco Polo s’assomigliavano, come se il paesaggio dall’una all’altra non implicasse un viaggio ma uno scambio di elementi. Adesso da ogni città che Marco gli descriveva, la mente del Gran Kan partiva per suo conto, e smontata la città pezzo per pezzo, la ricostruiva in un altro modo, sostituendo ingredienti, spostandoli, invertendoli.”

Vogliamo partire da questa citazione dall’opera di Italo Calvino per far comprendere come la scelta per questo secondo “appuntamento” di note di lettura si sia rivelata piuttosto ostica, non solo per la ricchezza semantica del testo e il forte potere evocativo delle parole in esso contenute, ma anche per l’impossibilità di analizzarlo ancorandosi ad una cornice di riferimento teorica precisa. Nonostante questo, leggendo e attraversando le pagine del libro, mi sono accorta che il mio personale viaggio nelle parole di Calvino, affidate a Marco Polo, aveva come tacito scopo quello di rintracciare frammenti di immagini che richiamassero l’idea di un luogo specifico, quello del

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Il castello dei Pirenei – René Magritte, 1961

quartiere Kalsa, al centro del mio lavoro di ricerca, collocato nel ventre di una città come Palermo la cui storia millenaria la trasforma ogni giorno ai miei occhi in uno scrigno infinito di stratificazioni di identità e luoghi passati. Tra le tante descrizioni di città viste o sognate da Marco Polo, quella di Maurilia sembra riassumere questo aspetto:

“Guardatevi dal dir loro che talvolta città diverse si succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro. Alle volte anche i nomi degli abitanti restano uguali, e l’accento delle voci, e perfino i lineamenti delle facce; me gli dèi che abitano sotto i nomi e sopra i luoghi se ne sono andati senza dir nulla e al loro posto si sono annidati dèi estranei”.

Il volo pindarico dai luoghi descritti ne Il Milione, opera del protagonista del romanzo di Calvino, a quelli de Le città invisibili per arrivare, infine, ai luoghi della mia ricerca, risulta meno immaginifico se si prova a pensare che le linee di unione da tracciare passano in realtà non tra territori fisici ma tra immagini descritte dai due autori e quelle del quartiere frutto della mia interpretazione e dei miei soggettivi criteri di osservazione. Ogni popolazione prende forma dallo spazio che abita, e lo spazio, viceversa, si nutre delle reazioni che scatena su chi lo vive e verso, appunto; le forme assunte da tali interazioni nei contesti di mutamento urbano, come quello attraversato dal quartiere Kalsa, rientrano tra i miei interessi dichiarati di ricerca. Le descrizioni delle città offerte nel testo che pongono al centro degli spazi del vivere la bellezza, la fantasia, la creatività, il sogno e, soprattutto, il legame di appartenenza tra gli abitanti e lo spazio stesso rappresentano fonte di ispirazione per arricchire le mie capacità di ricerca e osservazione. La ricerca intesa come viaggio può fare spazio nell’osservazione scientifica a possibili divagazioni, proiezioni e idee su un luogo che spostano l’analisi verso scenari desiderati e non, visti o talvolta nascosti.

Nelle città descritte da Calvino, ciascuna contraddistinta da una peculiarità, al limite tra l’assurdo e il grottesco, vi è sempre una forte interazione tra i caratteri fisici dello spazio e quelli degli uomini e delle donne che lo vivono e che alimentano attraverso uno scambio continuo con il contesto circostante la loro specificità di abitanti e quella della città stessa che li ospita, indissolubilmente legati. Per questo motivo, l’impossibilità di inquadrare il testo in griglie preimpostate vuole rappresentare nel mio percorso di analisi una fonte preziosa di ispirazione a cui ancorarsi per non rimanere schiacciata da categorie teoriche di interpretazione della realtà, a volte rigide e preconfezionate, lasciando spazio alla creatività e soggettività che deriva dallo sguardo di chi osserva e attraversa i luoghi, come il viaggiatore, lo scrittore, il ricercatore.

L’opera in questione sfugge, infatti, fin dalla sua nascita a svariati tentativi di critici letterari di inquadrarla in uno specifico genere narrativo in quanto non definibile come romanzo ma più, semmai, come una serie di racconti (e non un insieme) dato il carattere estremamente eterogeneo delle composizioni, la cui brevità potrebbe anche identificarle come poesie in prosa o favole. La difficile individuazione del genere a cui appartiene il testo di Calvino riveste però non soltanto un carattere di complessità nell’analisi dell’opera ma anche una sfida aperta per critici o semplici lettori curiosi di decifrarne elementi utili a  definizioni inedite e fuori dagli schemi. Come ad esempio, l’attribuzione

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Dipinto di Francesco Musante

di un carattere liquido all’opera che lo rende non più un romanzo “comune”, da leggere per pagine consecutive, ma composto da elementi intercambiabili tra di loro, simili e allo stesso tempo diversi: in sostanza definibile come un ipertesto moderno che assume la forma che il lettore decide di conferirgli. Se ci si sofferma infatti sul significato della parola ipertesto sarà possibile trovare significative connessioni con la sperimentazione letteraria (e un po’ giocosa) di Calvino.  Sebbene tale termine trovi origine semantica nel lessico informatico (coniato nel 1965 da T. Nelson), è possibile sintetizzare il significato e declinarlo anche a differenti campi della conoscenza: un ipertesto equivale, infatti,  ad  testo/sistema organizzato in un insieme di moduli elementari che ne permette la lettura, integrale o parziale, secondo diversi percorsi logici dotati ciascuno di autonomia di significato scelti direttamente da chi li legge.  Il concetto sottostante risiede nella possibilità che la mente possa procedere non solo per sequenza logiche ma anche per associazioni di idee. Ed è proprio sulla capacità e possibilità di abbinare istintivamente le parole ad immagini che fa leva l’autore, rendendo l’opera un ipertesto ricchissimo e “portatore sano” di immaginazione.

Nella lettura del testo e delle città in esso descritte, la dimensione del viaggio possiede una carica evocativa talmente forte da superare l’idea di spostamento meramente fisico del viaggiatore tra un luogo e l’altro; le pagine sembrano, infatti, affidare al treno della fantasia un carico di immaginazione itinerante e favolistico su cui fare salire il lettore per farlo poi scendere, o meglio soffermare, su idee e sogni di città.

Titolo: Le città invisibili; autore: Italo Calvino; casa editrice: Mondadori (collana Oscar opere di Italo Calvino) ristampa anno 2016; pp. 176, Milano. Primo anno di edizione: 1972; editore: Giulio Einaudi, Roma, pp. 172.

 

Nota di lettura – Insegnare al principe di Danimarca

“Insegnare al principe di Danimarca” di Carla Melazzini è un diario personale che racconta l’esperienza del “Progetto Chance”, un progetto di scuola alternativa per bambini e ragazzi a rischio di dispersione scolastica portato avanti dal 1998 al 2006 e al quale l’autrice ha partecipato come insegnante a Ponticelli, quartiere periferico di Napoli.

13923344_1625698694427083_5017192875341320669_oLungo tutto il libro la Melazzini riflette sulla sua esperienza di educatrice all’interno del progetto, raccontando criticità e punti di forza, mettendo a fuoco gli insegnamenti appresi  e tentando una riflessione sugli esiti prodotti. Il fine che anima il diario è da un lato metodologico, in quanto mira a restituire alla comunità pensante la ricchezza di esperienza raccolta nel campo della dispersione scolastica, dall’altro è fortemente politico, poiché mira a sfatare tutta una serie di stereotipi relativi alle periferie, alla costruzione dell’idea di periferia e dei suoi problemi svelandone l’ideologia borghese soggiacente. 

Il testo tratta in modo non convenzionale e con approccio innovativo le pratiche educative di contrasto della dispersione scolastica. Le osservazioni proposte nascono da un’attività riflessiva fatta sull’esperienza condotta personalmente e non osservata dall’esterno. Per tale ragione la conoscenza proposta è nuova rispetto alla materia trattata, e riesce a decostruire alcuni stereotipi relativi all’intervento sociale nelle periferie adottando più che il punto di vista del ricercatore impegnato nell’indagine etnografica, quello del “professionista riflessivo” che, riflettendo sulla propria esperienza professionale, riesce a produrre nuova conoscenza utile a essere condivisa in una comunità di pratiche. Proprio per questo motivo Melazzini si preoccupa di tirare le somme della propria esperienza , fornendo indicazioni metodologiche specifiche utili agli addetti ai lavori o comunque al lettore interessato al tema. Una delle novità apportate dall’autrice è infatti la definizione dell’incontro antropologico che si instaura tra ragazzo ed educatore, fondato sullo scambio  e sull’apprendimento reciproco: alla base del progetto educativo c’è dunque una nuova visione del rapporto studente/insegnante, inteso come relazione di incontro dove secondo “l’assioma della significanza” si deve tornare al grado zero della parola per ristabilirne da capo i significati, voltando pagina rispetto al rumore in cui ragazzi sono immersi. Alla base di questa novità vi è, secondo l’autrice, una teatralità insita nei ragazzi le cui rappresentazioni volontarie o inconsapevoli hanno un grande valore in funzione catartica: molti dei loro comportamenti attuati all’interno degli spazi del progetto vengono interpretati secondo la logica teatrale dove tutto è una continua performance, un rituale. Ciò permette così di scovare i significati profondi delle azioni dei giovani, i loro bisogni e desideri reali. 

Il racconto delle vicende e dei momenti più significativi del progetto avviene attraverso  un duplice punto di vista:  quello dei ragazzi, dei quali vengono raccontati paure e desideri, e quello degli insegnanti, delle difficoltà incontrate quotidianamente nel lavoro coi ragazzi. Vengono ripercorsi gli sforzi di questi ultimi nell’adeguarsi e trovare soluzioni sempre più efficaci ai problemi e questioni di volta in volta emergenti. Vengono così scanditi i momenti di blocco, di crisi, ma anche di successo e di acquisizione di consapevolezza rispetto alle vicende vissute, come ad esempio la presa di coscienza che non tutti i problemi sono risolvibili, che molto dipende dal contesto. Si arriva alla consapevolezza che alcuni casi sono affrontabili solo se il cambiamento è “psichicamente sostenibile”. Nella seconda parte del libro vengono proposte invece riflessioni più generali sulle modalità di organizzazione e radicamento della camorra nei quartieri e nelle vite dei ragazzi, sulle modalità di nascita delle periferie e della loro permanenza del tempo, il tutto attraverso uno sviluppo non propriamente organico ma la cui coerenza fa riferimento alla cornice generale del testo che ha come oggetto la restituzione dell’esperienza.

Dal punto di vista etnografico vi è poi da parte dell’autrice una nuova consapevolezza su come il miglioramento della propria condizione e così anche la voglia di conoscere e coltivare la propria cultura personale possa variare notevolmente a seconda delle classi sociali di appartenenza. Così mentre nei ceti piccolo borghesi ai figli viene trasmessa la necessità di raggiungere traguardi più alti di quanto fatto dai genitori, nel classe del sottoproletariato invece ci si accontenta dei guadagni secondari, in quanto manca la cultura del migliorare la propria condizione. Tale consapevolezza si sposa all’interno del libro con l’intento di critica dell’istituzione scolastica che a mio avviso costituisce una riflessione fondamentale per ripensare il problema della dispersione scolastica nei quartieri periferici. La scuola viene profondamente criticata sia nell’impostazione di fondo che in aspetti e funzionamenti particolari, quali ad esempio le lezioni e le raccomandazioni.26168002_1910498749280408_3919899751921391582_n

Un’ultima questione di grande importanza affrontata dal libro e che lascia però molti interrogativi aperti, riguarda la valutazione dei risultati raggiunti. Nonostante l’intero libro sia pervaso da un grande afflato e dalla sensazione di stare portando avanti un lavoro di notevole valore e importanza emergono allo stesso tempo i dubbi dell’autrice (e del gruppo di colleghi) rispetto alla possibilità di potere fare realmente la differenza all’interno di un sistema che continua a funzionare secondo logiche aberranti. Si tratta di un’ambiguità che percorre il libro fino alla fine. Così ad esempio lo spazio del progetto viene riconosciuto come luogo di decompressione, zona “franca” rispetto al clima di violenza e paura vissuto nel quartiere, ma osservarne gli esiti positivi sul territorio diventa impresa ardua. A conclusione, non mancano i dubbi e gli interrogativi dell’autrice rispetto all’impatto di Chance sulle vite dei ragazzi seguiti. Forse la possibilità di avere offerto qualche possibilità di scelta in più. Si tratta a mio parere di un interrogativo rispetto al quale si pone la necessità di fornire risposte più puntuali e accurate.

Titolo: Insegnare al principe di Danimarca; autore: Carla Melazzini; casa editrice: Sellerio Editore; 2011.

Le foto sono state prese dalla pagina FB Case Popolari.