Note di lettura

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Inauguriamo oggi la nuova sezione del blog di Sguardi Urbani: Letture sulla città. In questa sezione del blog sarà possibile trovare delle analisi o delle semplici impressioni su opere letterarie che ci hanno colpito e nelle quali abbiamo trovato un nesso più o meno forte con i nostri ambiti di ricerca. La voglia di creare questo spazio di riflessione e spunti era già forte dentro di noi, ed una buona occasione per inaugurarlo è la scia dei nostri  lavori di ricerca svolti nell’ambito del Programma di ricerca “Idea – Azione” (promosso dall’Istituto di Formazione Politica Pedro Arrupe di Palermo  e  finanziato dalla Tokyo Foundation Young Leaders Fellowship Fund (Sylff)). Vogliamo quindi iniziare da quattro recensioni di opere mirate all’approfondimento delle nostre due diverse indagini: una dedicata alle trasformazioni urbane del centro storico di Palermo, con particolare riferimento alla zona della Kalsa, e una all’analisi dei  processi di innovazione sociale in quartieri periferici…

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Le mani sulla città – note di sala

La scelta di analizzare la pellicola girata da Francesco Rosi nel 1963 si basa sulle forti connessioni presenti tra l’opera e la mia ricerca, legata all’attuale questione abitativa nel quartiere Kalsa del centro storico di Palermo. Questa decisione può apparire solo a prima vista anacronistica poiché

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Foto di scena del film

la visione offerta dal film sul tema della città e dei meccanismi che regolano e determinano le scelte delle politiche urbane abitative dei centri storici risulta essere quanto mai contemporanea. Le dinamiche messe a nudo dal film, frutto di intrighi politici e un uso avido e bieco di strumenti di pianificazione, mostrano una realtà riscontrabile anche oggi in contesti urbani eterogenei dove schieramenti politici e localizzazione geografica sembrano rappresentare variabili ed elementi identitari secondari: i centri storici delle città sembrano essere accomunati, infatti, da logiche comuni e indipendenti dal contesto. Nella fattispecie del film, la città di Napoli si dota di un’autonomia narrativa e quasi universale in grado renderla emblema dell’immaginario urbano di tutte le metropoli occidentali colpite dal dramma della speculazione immobiliare. A dar forza alla scelta de Le Mani sulla Città hanno contribuito lo spirito passionale delle due città nonché le profonde similitudini sociali e identitarie dei due centri storici che si rivelano ancora più coerenti ad offrire una valida chiave di lettura sui meccanismi politici delle strategie urbane abitative.

Il film, diretto da Francesco Rosi nel 1963, narra la vicenda di Edoardo Nottola, un consigliere comunale del centrodestra e grande imprenditore immobiliare intenzionato col sostegno del sindaco ad avviare un importante progetto edilizio in un nuovo quartiere di Napoli collocato in una zona di espansione della città diversa da quella prevista dal piano regolatore approvato. Parallelamente alle attività consiliari di Nottola, la Società Bellavista di sua proprietà esegue dei lavori in un vicolo di un quartiere popolare del centro storico che provocano il crollo di un vecchio edificio ancora abitato. I consiglieri comunali dell’opposizione chiedono a gran voce la costituzione di una commissione d’inchiesta che rappresenti tutti i partiti politici, seguiti dai giornali dell’opposizione che denunciano Nottola quale responsabile dell’incidente. Quest’ultimo però non solo non risente delle accuse a lui mosse, ma chiede al Comune di dichiarare pericolante l’intera zona. Questo al fine di  giustificare la demolizione di  tutti gli edifici della strada, ottenendo il risultato sperato di allontanamento dei residenti e lo scoppio dell’emergenza abitativa che giustificherebbe il progetto edilizio di Nottola che chiede anche di essere nominato assessore, in modo da poter controllare l’attribuzione delle gare di appalto. La vittoria del centro con cui Nottola si era nel frattempo candidato pone  la questione della sua scomoda ed inopportuna nomina in qualità di assessore che si risolve in un gioco di compromessi politici e futuri vantaggi economici. Le parti politiche concludono un accordo ed è l’imprenditore a raggiungere il proprio scopo: la realizzazione del suo grande progetto immobiliare con mire espansionistiche e di speculazione sulla città.

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Immagine tratta dai titoli di testa del film

Il linguaggio cinematografico dell’opera trova nel cinema politico degli anni ’60 e ’70, la scelta di stile adottata da Rosi perfettamente coerente e funzionale agli intenti documentaristici e di inchiesta che il regista intende percorrere con chiari richiami e radici nel Neorealismo, nato nel dopoguerra. Il pubblico d’elezione del cinema di Rosi di cui Le mani sulla città rappresenta una delle principali espressioni si identifica in uno spettatore attivo e attento alla società in cui è immerso che fuori dalla sala cinematografica consolida il proprio profilo di cittadino attivo.

Il soggetto della pellicola muove dal crollo di una palazzina nel centro storico di Napoli, evento dal quale si dipaneranno i principali fatti del film e che vedranno nello svolgimento dell’inchiesta sulla vicenda il dispiegarsi dell’intreccio degli interessi privati e pubblici sulle scelte che presiedono più o meno visibilmente i piani urbanistici e gli spostamenti di popolazione all’interno delle città. Il forte parallelismo identificabile tra il film e la ricerca consiste negli eventi che hanno caratterizzato la storia delle trasformazioni del quartiere Kalsa, oggetto di studio, interessato da misure di progressivo

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Foto di Federico Prestileo

svuotamento e allontanamento degli abitanti storici dal centro alla periferia, che trova avvio nel 1885 con l’attuazione del “Piano regolatore di risanamento” dell’ingegnere Felice Giarrusso, per poi continuare in modo ancora più significativo nella seconda metà del Novecento caratterizzandosi sia da spostamenti coatti sia da storie, numerose e a volte poco note, di esodo volontario di famiglie. La scelta da parte di queste ultime di lasciare gli alloggi del centro storico fu determinata dalla condizione spesso fatiscente delle abitazioni di residenza e li spinse a trovare un nuovo riparo nei nuovi quartieri periferici (Borgo Nuovo, CEP e ZEN). Questi ultimi presentavano però non pochi problemi strutturali, come ad esempio il ritardo nella fornitura di servizi o l’incompiutezza dei progetti edilizi, ai quali si aggiungeva l’aggravante del progressivo sgretolamento delle reti sociali e del capitale umano ad esso aggregato risalenti ai vecchi legami di quartiere. Il carattere di forte denuncia del film si muove proprio in questo ambito poiché sottolinea come spesso a presiedere le decisioni politiche in tema di strategie abitative urbane si celino intrecci, logiche di interessi privati e intenti speculativi estranei alla corretta gestione e attenzione con cui trattare fragili e delicati equilibri delle biografie abitative dei cittadini che racchiudono al loro interno quelle identitarie dei luoghi della città. Decidere sulla città e sui luoghi dell’abitare significa mettere le mani non solo sulle pietre di una città ma anche e soprattutto sulla sua anima e identità.

 

Film Le mani sulla città Produzione: Italia 1963, bianco e nero, durata: 105 min; regia: Francesco Rosi; produzione: Lionello Santi per Galatea; soggetto:  Francesco Rosi, Raffaele La Capria; sceneggiatura:  Francesco Rosi, Raffaele La Capria, Enzo Provenzale, Enzo Forcella; fotografia: Gianni Di Venanzo; montaggio: Mario Serandrei; scenografia: Sergio Canevari; costumi: Marilù Carteny; musica: Piero Piccioni.

Note di lettura – Lo ZEN di Palermo: antropologia dell’esclusione

Il libro di Ferdinando Fava può essere considerato un riferimento imprescindibile per chi  si occupa di periferia e ancor più del quartiere ZEN di Palermo. Il libro è infatti in primo luogo uno strumento di conoscenza del quartiere, in quanto tenta di individuare e decostruire da un punto di vista etnografico le rappresentazioni del quartiere proprie dei diversi soggetti in gioco. Per questa ragione il testo e la ricerca svolta da Fava si è articolata seguendo di volta in volta l’immagine che i media e i discorsi politici restituiscono del quartiere, i discorsi degli operatori del Progetto Zen a proposito dei problemi dell’utenza e delle prassi di intervento, infine le rappresentazioni degli abitanti del quartiere. Nonostante le profonde differenze tra questi tre attori, la ricerca mette in evidenza come la presenza di una “frontiera” tra il quartiere e la città venga data per assodata e come ognuno dei personaggi e dei testi ripercorsi in questo libro si trovi di fronte alla necessità di confrontarsi con questo margine, articolandolo in modi spesso diversi l’uno dall’altro, decostruendo anche gli stereotipi che costruiscono il concetto di “periferia”, e di svelare i meccanismi che portano a definire un luogo come “altro” o meglio “escluso” dal resto della città. L’idea di fondo è che un luogo non sia periferico perché oggettivamente definibile come tale, ma lo diventi perché inteso come al margine nelle rappresentazioni degli attori che a questo fanno riferimento.

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Foto di Elizabeth Zenteno

Il libro si articola in quattro capitoli più le conclusioni. Nel primo capitolo l’autore svolge una rassegna ragionata della letteratura sia di settore che generalista che attorno allo ZEN ci fosse l’aura di un quartiere “ghetto”: distante, differenziato e segregato e con un impatto altamente stigmatizzante, che pone inevitabilmente la necessità per chiunque vi abbia a che fare, soprattutto per i residenti, di fare i conti con queste rappresentazioni. Per questi ultimi l’effetto di ghettizzazione percepito determina l’esigenza di reagire, o negando questa presunta alterità, fatta di carenze igieniche e abitative, degrado sociale e microcriminalità, o denunciando la gravità della situazione. Il secondo capitolo svolge una funzione di preparazione alla lettura dei successivi due poiché esplicita le modalità attraverso cui è stata portata avanti l’inchiesta e i principi metodologici che l’hanno guidata. A inizio del capitolo l’autore spiega la fondamentale differenza tra partecipazione e implicazione del ricercatore all’interno del campo di ricerca, sottolineando l’importanza di riflettere sul processo di implicazione del ricercatore all’interno del campo di ricerca. Il presentarsi come ricercatore, come soggetto “altro” rispetto alla quotidianità della realtà osservata permette l’emergere di relazioni con i soggetti protagonisti dell’inchiesta che dicono molto sulle rappresentazioni e immaginari che li caratterizzano. La ricerca svolta da Fava è stata quindi svolta attraverso una continua riflessione sul processo di implicazione e sugli elementi emersi nel corso di diversi momenti di incontro con la realtà studiata: gli scambi quotidiani e i racconti a orientamento biografico. 

Il terzo capitolo si occupa di analizzare le rappresentazioni che dello Zen hanno gli operatori impegnati nel quartiere e in particolare quelli coinvolti nel Progetto Zen del 1993, il cui obiettivo era quello di ridurre il rischio del coinvolgimento dei minori in attività criminose. In primo luogo, l’autore si preoccupa di individuare attraverso la lettura del documento di progetto le rappresentazioni del quartiere alla base del progetto, che risultano però essere del tutto conformi all’immaginario evocato dai media e messo in evidenza nel primo capitolo. Anche in questo caso l’immagine dello Zen che emerge è quella di quartiere altamente problematico sia dal punto di vista sociale che abitativo. All’origine della situazione di disagio sociale sembra collocarsi la famiglia “multiproblematica” caratterizzata dallo scarso livello educativo, dalla cultura dell’arrangiarsi, dalla quotidiana ricerca di espedienti, dall’assenza di senso del futuro. A renderla problematica è inoltre la scarsità di risorse economiche e il degrado dello spazio urbano vissuto (assenza di spazi pubblici, abitazioni in cattive condizioni, presenza di rifiuti per strada). I racconti a sfondo biografico degli operatori coinvolti nel progetto non fanno poi che confermare queste riflessioni e riportare una conoscenza del quartiere stereotipata, poco problematizzata ed estremamente conforme alle rappresentazioni veicolate dai media. Per ciascuno dei resoconti degli operatori l’autore mette in correlazione le vicende biografiche e di carriera con le rappresentazioni che essi hanno dello Zen. Viene così svelato il meccanismo secondo cui questi tendono ad interpretare il quartiere e i suoi problemi a partire dalla proiezione su di esso di categorie derivanti dal loro background culturale. Il capitolo offre così una riflessione sulle pratiche di intervento che spesso risultano inefficaci poiché la possibilità di apportare un cambiamento si scontra con la conseguente necessità di modificare l’impalcatura simbolica della rappresentazione dominante (improntata su una rappresentazione passiva degli abitanti) su cui si fonda e che giustifica il Progetto Zen. Il quarto capitolo sposta l’attenzione sugli abitanti del quartiere, rivelandone storie e caratteristiche del tutto diverse rispetto alle rappresentazioni emerse nel corso dei primi capitoli. I resoconti riportati restituiscono la varietà e multidimensionalità delle storie degli abitanti che in tutte le loro vicende dimostrano grande resilienza e capacità di gestire e far fronte alle difficoltà succedutesi nel corso della loro vita. All’interno di ogni racconto, viene sottolineata l’esigenza degli intervistati di confrontarsi con lo stigma esistente rispetto al quartiere e di prendere le distanze rispetto all’idea di marginalità che nei discorsi pubblici viene attribuita ai suoi abitanti. Nelle conclusioni l’autore torna a sottolineare l’importanza dell’implicazione del suo stesso ruolo di ricercatore all’interno del quartiere e di come solo in questo modo sia stato possibile per lui conoscere e quindi svelare i meccanismi di costruzione di una visione stigmatizzata del quartiere e allo stesso tempo, ascoltando i residenti, di costruire un racconto nuovo dello Zen.

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Foto di Elizabeth Zenteno

In conclusione la metodologia di adottata da Fava propone chiavi di lettura particolarmente interessanti per lo studio delle periferie urbane: l’attenzione sul processo di implicazione di soggetti “altri” rispetto alla quotidianità della realtà osservata pone sicuramente delle questioni piuttosto complesse soprattutto per quanto riguarda le possibilità di accesso al campo di ricerca e alle relazioni con i soggetti coinvolti nell’inchiesta. Infine il libro lascia  aperti degli interrogativi di particolare importanza per chi si approccia alla ricerca con l’intento di apportare un cambiamento nel contesto analizzato. Se il libro permette di decostruire alcune rappresentazioni cristallizzate e poco problematizzare attraverso cui viene letto il territorio e realizzati gli interventi, poco viene detto su come trasformare questo nuovo racconto del quartiere in nuove prassi di intervento. Rimangono dunque da definire le modalità o categorie attraverso cui leggere gli aspetti problematici di un quartiere e le relative strategie di intervento, cercando di resistere al tentativo di proiettare sui suoi abitanti categorie imposte dall’alto o provenienti dal nostro vissuto.

“Il mio testo non sarebbe nulla se i miei interlocutori non mi avessero rivolto la parola. Questa mi autorizza a parlare perché mi permette prima di tutto di darle risposta. Rappresentare questa parola è allora il nodo centrale, a un tempo redazionale, epistemologico e politico. ”

Ferdinando Fava

Titolo: Lo ZEN di Palermo: antropologia dell’esclusione; autore: Ferdinando Fava; casa editrice: Franco Angeli, 2008.

 

Le città invisibili – Note di lettura

“Kublai Kan s’era accorto che le città di Marco Polo s’assomigliavano, come se il paesaggio dall’una all’altra non implicasse un viaggio ma uno scambio di elementi. Adesso da ogni città che Marco gli descriveva, la mente del Gran Kan partiva per suo conto, e smontata la città pezzo per pezzo, la ricostruiva in un altro modo, sostituendo ingredienti, spostandoli, invertendoli.”

Vogliamo partire da questa citazione dall’opera di Italo Calvino per far comprendere come la scelta per questo secondo “appuntamento” di note di lettura si sia rivelata piuttosto ostica, non solo per la ricchezza semantica del testo e il forte potere evocativo delle parole in esso contenute, ma anche per l’impossibilità di analizzarlo ancorandosi ad una cornice di riferimento teorica precisa. Nonostante questo, leggendo e attraversando le pagine del libro, mi sono accorta che il mio personale viaggio nelle parole di Calvino, affidate a Marco Polo, aveva come tacito scopo quello di rintracciare frammenti di immagini che richiamassero l’idea di un luogo specifico, quello del

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Il castello dei Pirenei – René Magritte, 1961

quartiere Kalsa, al centro del mio lavoro di ricerca, collocato nel ventre di una città come Palermo la cui storia millenaria la trasforma ogni giorno ai miei occhi in uno scrigno infinito di stratificazioni di identità e luoghi passati. Tra le tante descrizioni di città viste o sognate da Marco Polo, quella di Maurilia sembra riassumere questo aspetto:

“Guardatevi dal dir loro che talvolta città diverse si succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro. Alle volte anche i nomi degli abitanti restano uguali, e l’accento delle voci, e perfino i lineamenti delle facce; me gli dèi che abitano sotto i nomi e sopra i luoghi se ne sono andati senza dir nulla e al loro posto si sono annidati dèi estranei”.

Il volo pindarico dai luoghi descritti ne Il Milione, opera del protagonista del romanzo di Calvino, a quelli de Le città invisibili per arrivare, infine, ai luoghi della mia ricerca, risulta meno immaginifico se si prova a pensare che le linee di unione da tracciare passano in realtà non tra territori fisici ma tra immagini descritte dai due autori e quelle del quartiere frutto della mia interpretazione e dei miei soggettivi criteri di osservazione. Ogni popolazione prende forma dallo spazio che abita, e lo spazio, viceversa, si nutre delle reazioni che scatena su chi lo vive e verso, appunto; le forme assunte da tali interazioni nei contesti di mutamento urbano, come quello attraversato dal quartiere Kalsa, rientrano tra i miei interessi dichiarati di ricerca. Le descrizioni delle città offerte nel testo che pongono al centro degli spazi del vivere la bellezza, la fantasia, la creatività, il sogno e, soprattutto, il legame di appartenenza tra gli abitanti e lo spazio stesso rappresentano fonte di ispirazione per arricchire le mie capacità di ricerca e osservazione. La ricerca intesa come viaggio può fare spazio nell’osservazione scientifica a possibili divagazioni, proiezioni e idee su un luogo che spostano l’analisi verso scenari desiderati e non, visti o talvolta nascosti.

Nelle città descritte da Calvino, ciascuna contraddistinta da una peculiarità, al limite tra l’assurdo e il grottesco, vi è sempre una forte interazione tra i caratteri fisici dello spazio e quelli degli uomini e delle donne che lo vivono e che alimentano attraverso uno scambio continuo con il contesto circostante la loro specificità di abitanti e quella della città stessa che li ospita, indissolubilmente legati. Per questo motivo, l’impossibilità di inquadrare il testo in griglie preimpostate vuole rappresentare nel mio percorso di analisi una fonte preziosa di ispirazione a cui ancorarsi per non rimanere schiacciata da categorie teoriche di interpretazione della realtà, a volte rigide e preconfezionate, lasciando spazio alla creatività e soggettività che deriva dallo sguardo di chi osserva e attraversa i luoghi, come il viaggiatore, lo scrittore, il ricercatore.

L’opera in questione sfugge, infatti, fin dalla sua nascita a svariati tentativi di critici letterari di inquadrarla in uno specifico genere narrativo in quanto non definibile come romanzo ma più, semmai, come una serie di racconti (e non un insieme) dato il carattere estremamente eterogeneo delle composizioni, la cui brevità potrebbe anche identificarle come poesie in prosa o favole. La difficile individuazione del genere a cui appartiene il testo di Calvino riveste però non soltanto un carattere di complessità nell’analisi dell’opera ma anche una sfida aperta per critici o semplici lettori curiosi di decifrarne elementi utili a  definizioni inedite e fuori dagli schemi. Come ad esempio, l’attribuzione

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Dipinto di Francesco Musante

di un carattere liquido all’opera che lo rende non più un romanzo “comune”, da leggere per pagine consecutive, ma composto da elementi intercambiabili tra di loro, simili e allo stesso tempo diversi: in sostanza definibile come un ipertesto moderno che assume la forma che il lettore decide di conferirgli. Se ci si sofferma infatti sul significato della parola ipertesto sarà possibile trovare significative connessioni con la sperimentazione letteraria (e un po’ giocosa) di Calvino.  Sebbene tale termine trovi origine semantica nel lessico informatico (coniato nel 1965 da T. Nelson), è possibile sintetizzare il significato e declinarlo anche a differenti campi della conoscenza: un ipertesto equivale, infatti,  ad  testo/sistema organizzato in un insieme di moduli elementari che ne permette la lettura, integrale o parziale, secondo diversi percorsi logici dotati ciascuno di autonomia di significato scelti direttamente da chi li legge.  Il concetto sottostante risiede nella possibilità che la mente possa procedere non solo per sequenza logiche ma anche per associazioni di idee. Ed è proprio sulla capacità e possibilità di abbinare istintivamente le parole ad immagini che fa leva l’autore, rendendo l’opera un ipertesto ricchissimo e “portatore sano” di immaginazione.

Nella lettura del testo e delle città in esso descritte, la dimensione del viaggio possiede una carica evocativa talmente forte da superare l’idea di spostamento meramente fisico del viaggiatore tra un luogo e l’altro; le pagine sembrano, infatti, affidare al treno della fantasia un carico di immaginazione itinerante e favolistico su cui fare salire il lettore per farlo poi scendere, o meglio soffermare, su idee e sogni di città.

Titolo: Le città invisibili; autore: Italo Calvino; casa editrice: Mondadori (collana Oscar opere di Italo Calvino) ristampa anno 2016; pp. 176, Milano. Primo anno di edizione: 1972; editore: Giulio Einaudi, Roma, pp. 172.

 

Nota di lettura – Insegnare al principe di Danimarca

“Insegnare al principe di Danimarca” di Carla Melazzini è un diario personale che racconta l’esperienza del “Progetto Chance”, un progetto di scuola alternativa per bambini e ragazzi a rischio di dispersione scolastica portato avanti dal 1998 al 2006 e al quale l’autrice ha partecipato come insegnante a Ponticelli, quartiere periferico di Napoli.

13923344_1625698694427083_5017192875341320669_oLungo tutto il libro la Melazzini riflette sulla sua esperienza di educatrice all’interno del progetto, raccontando criticità e punti di forza, mettendo a fuoco gli insegnamenti appresi  e tentando una riflessione sugli esiti prodotti. Il fine che anima il diario è da un lato metodologico, in quanto mira a restituire alla comunità pensante la ricchezza di esperienza raccolta nel campo della dispersione scolastica, dall’altro è fortemente politico, poiché mira a sfatare tutta una serie di stereotipi relativi alle periferie, alla costruzione dell’idea di periferia e dei suoi problemi svelandone l’ideologia borghese soggiacente. 

Il testo tratta in modo non convenzionale e con approccio innovativo le pratiche educative di contrasto della dispersione scolastica. Le osservazioni proposte nascono da un’attività riflessiva fatta sull’esperienza condotta personalmente e non osservata dall’esterno. Per tale ragione la conoscenza proposta è nuova rispetto alla materia trattata, e riesce a decostruire alcuni stereotipi relativi all’intervento sociale nelle periferie adottando più che il punto di vista del ricercatore impegnato nell’indagine etnografica, quello del “professionista riflessivo” che, riflettendo sulla propria esperienza professionale, riesce a produrre nuova conoscenza utile a essere condivisa in una comunità di pratiche. Proprio per questo motivo Melazzini si preoccupa di tirare le somme della propria esperienza , fornendo indicazioni metodologiche specifiche utili agli addetti ai lavori o comunque al lettore interessato al tema. Una delle novità apportate dall’autrice è infatti la definizione dell’incontro antropologico che si instaura tra ragazzo ed educatore, fondato sullo scambio  e sull’apprendimento reciproco: alla base del progetto educativo c’è dunque una nuova visione del rapporto studente/insegnante, inteso come relazione di incontro dove secondo “l’assioma della significanza” si deve tornare al grado zero della parola per ristabilirne da capo i significati, voltando pagina rispetto al rumore in cui ragazzi sono immersi. Alla base di questa novità vi è, secondo l’autrice, una teatralità insita nei ragazzi le cui rappresentazioni volontarie o inconsapevoli hanno un grande valore in funzione catartica: molti dei loro comportamenti attuati all’interno degli spazi del progetto vengono interpretati secondo la logica teatrale dove tutto è una continua performance, un rituale. Ciò permette così di scovare i significati profondi delle azioni dei giovani, i loro bisogni e desideri reali. 

Il racconto delle vicende e dei momenti più significativi del progetto avviene attraverso  un duplice punto di vista:  quello dei ragazzi, dei quali vengono raccontati paure e desideri, e quello degli insegnanti, delle difficoltà incontrate quotidianamente nel lavoro coi ragazzi. Vengono ripercorsi gli sforzi di questi ultimi nell’adeguarsi e trovare soluzioni sempre più efficaci ai problemi e questioni di volta in volta emergenti. Vengono così scanditi i momenti di blocco, di crisi, ma anche di successo e di acquisizione di consapevolezza rispetto alle vicende vissute, come ad esempio la presa di coscienza che non tutti i problemi sono risolvibili, che molto dipende dal contesto. Si arriva alla consapevolezza che alcuni casi sono affrontabili solo se il cambiamento è “psichicamente sostenibile”. Nella seconda parte del libro vengono proposte invece riflessioni più generali sulle modalità di organizzazione e radicamento della camorra nei quartieri e nelle vite dei ragazzi, sulle modalità di nascita delle periferie e della loro permanenza del tempo, il tutto attraverso uno sviluppo non propriamente organico ma la cui coerenza fa riferimento alla cornice generale del testo che ha come oggetto la restituzione dell’esperienza.

Dal punto di vista etnografico vi è poi da parte dell’autrice una nuova consapevolezza su come il miglioramento della propria condizione e così anche la voglia di conoscere e coltivare la propria cultura personale possa variare notevolmente a seconda delle classi sociali di appartenenza. Così mentre nei ceti piccolo borghesi ai figli viene trasmessa la necessità di raggiungere traguardi più alti di quanto fatto dai genitori, nel classe del sottoproletariato invece ci si accontenta dei guadagni secondari, in quanto manca la cultura del migliorare la propria condizione. Tale consapevolezza si sposa all’interno del libro con l’intento di critica dell’istituzione scolastica che a mio avviso costituisce una riflessione fondamentale per ripensare il problema della dispersione scolastica nei quartieri periferici. La scuola viene profondamente criticata sia nell’impostazione di fondo che in aspetti e funzionamenti particolari, quali ad esempio le lezioni e le raccomandazioni.26168002_1910498749280408_3919899751921391582_n

Un’ultima questione di grande importanza affrontata dal libro e che lascia però molti interrogativi aperti, riguarda la valutazione dei risultati raggiunti. Nonostante l’intero libro sia pervaso da un grande afflato e dalla sensazione di stare portando avanti un lavoro di notevole valore e importanza emergono allo stesso tempo i dubbi dell’autrice (e del gruppo di colleghi) rispetto alla possibilità di potere fare realmente la differenza all’interno di un sistema che continua a funzionare secondo logiche aberranti. Si tratta di un’ambiguità che percorre il libro fino alla fine. Così ad esempio lo spazio del progetto viene riconosciuto come luogo di decompressione, zona “franca” rispetto al clima di violenza e paura vissuto nel quartiere, ma osservarne gli esiti positivi sul territorio diventa impresa ardua. A conclusione, non mancano i dubbi e gli interrogativi dell’autrice rispetto all’impatto di Chance sulle vite dei ragazzi seguiti. Forse la possibilità di avere offerto qualche possibilità di scelta in più. Si tratta a mio parere di un interrogativo rispetto al quale si pone la necessità di fornire risposte più puntuali e accurate.

Titolo: Insegnare al principe di Danimarca; autore: Carla Melazzini; casa editrice: Sellerio Editore; 2011.

Le foto sono state prese dalla pagina FB Case Popolari.

 

Note di lettura

Inauguriamo oggi la nuova sezione del blog di Sguardi Urbani: Letture sulla città. In questa sezione del blog sarà possibile trovare delle analisi o delle semplici impressioni su opere letterarie che ci hanno colpito e nelle quali abbiamo trovato un nesso più o meno forte con i nostri ambiti di ricerca. La voglia di creare questo spazio di riflessione e spunti era già forte dentro di noi, ed una buona occasione per inaugurarlo è la scia dei nostri  lavori di ricerca svolti nell’ambito del Programma di ricerca “Idea – Azione” (promosso dall’Istituto di Formazione Politica Pedro Arrupe di Palermo  e  finanziato dalla Tokyo Foundation Young Leaders Fellowship Fund (Sylff)). Vogliamo quindi iniziare da quattro recensioni di opere mirate all’approfondimento delle nostre due diverse indagini: una dedicata alle trasformazioni urbane del centro storico di Palermo, con particolare riferimento alla zona della Kalsa, e una all’analisi dei  processi di innovazione sociale in quartieri periferici di Palermo.

All’interno delle singole note non troverete una sinossi dell’opera né tanto meno un’analisi dettagliata della stessa, quanto piuttosto quello che noi abbiamo visto nell’opera in relazione ai nostri ambiti e luoghi di ricerca e come i due aspetti si siano posti in dialogo tra loro.

Nelle note redatte da Angela Solaro, il nesso tra le opere con il tema della sua ricerca centrato sulla rigenerazione urbana e i processi di mutazione sociale all’interno del quartiere Kalsa a Palermo, risulta essere molto forte.  Si tratta infatti di opere legate ai temi della trasformazione della città  e agli effetti che queste dinamiche di cambiamenro hanno sulla composizione sociale degli abitanti. Si tratta del  film Le mani sulla città di Francesco Rosi e del romanzo Le città invisibili di Italo Calvino.

Le note scritte da Luisa Tuttolomondo sono invece scaturite da una lettura approfondita de Lo ZEN di Palermo: antropologia dell’esclusione di Ferdinando Fava e del libro di Carla Melazzini Insegnare al principe di Danimarca. La ricerca  condotta allo ZEN e a Borgo Vecchio sul tema dell’innovazione sociale, della rigenerazione urbana e del lavoro sociale nelle periferie urbane  ha trovato nelle opere recensite un’occasione di arricchimento e riflessione.

Buona lettura!

 

 

 

Bordeaux: tra dinamiche urbane ormai consolidate e nuove professioni emergenti

Grazie al progetto Erasmus plus “Moving towards inclusion” realizzato dall’associazione Lisca Bianca, tra giugno e luglio ho avuto modo di conoscere la città di Bordeaux, in particolare per quanto riguarda i progetti legati ai temi dell’inclusione sociale, rigenerazione urbana e partecipazione cittadina.

Cominciamo con un po’ di contesto…

Bordeux è una città che negli ultimi venti anni, a seguito di un lungo periodo di inerzia, ha deciso di avviare imponenti trasformazioni. La posizione strategica sull’atlantico insieme al centro storico di notevole pregio (dal 2007 è stato dichiarato Patrimonio Unesco) ne fanno una città con tutte le carte in regole per entrare nell’alveo della competizione tra le città.

A tal fine le politiche urbane intraprese hanno cercato da un lato di rinnovare il centro città risistemando i principali spazi pubblici e migliorarne i servizi attraverso una rete capillare di trasporto efficiente e innovativo (il tram si muove in città senza fili ed è alimentato dalle rotaie), dall’altro di creare un nuovo asse di sviluppo della città lungo il fiume Garonna per mitigare il dislivello economico e sociale tra la riva sinistra e quella destra.

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Attualmente la popolazione è di 760.000 abitanti ma l’obiettivo della città è di raggiungere la cifra di 975.000 entro il 2030. Anche in funzione di ciò è in previsione la costruzione di 60.000 nuovi alloggi divisi tra dentro e fuori il perimetro urbano.

Le esperienze che abbiamo incontrato e conosciuto nel corso del nostro soggiorno hanno confermato questo fermento, le realtà che si occupano di partecipazione sono diverse e secondo modalità molto variegate. Partendo dalle esperienze nate dal basso spostandoci verso quelle più istituzionalizzate abbiamo incontrato:

  • Yacafaucon, associazione di vicini nel quartiere Saint-Jean/Sacré Coeur, che ha aperto un bar che organizza attività culturali (e non solo) molto accessibili economicamente e aperte a tutti i residenti. Il funzionamento dell’associazione è garantito dal lavoro volontario dei benevole (così si chiamano in Francia) e dalla presenza di due risorse umane impiegate a tempo pieno;
  • Rue Jardin Kléber, progetto promosso dal comune di Bordeaux e sviluppato dal giardiniere urbano Julien Beauquel all’interno del quartiere Marne Yser, caratterizzato da una cospicua comunità spagnola trasferitasi lì durante la seconda guerra mondiale, con l’obiettivo di trasformare la strada di rue Kleber in una strada giardino. L’intervento sembra essere scaturito da un processo partecipato svolto nel 2012 a seguito del quale il comune ha poi messo a bando il finanziamento per la realizzazione della via giardino. Nonostante questo Julien, che ha seguito il progetto per 3 anni ci racconta delle resistenze iniziali degli abitanti che temevano che l’intervento avesse come obiettivo implicito la gentrificazione dell’area;
  • Compagnons Batisseur, movimento associativo di educazione popolare che da più di cinquant’anni si occupa di percorsi di formazione e inserimento lavorativo, e di accompagnare gli abitanti di un quartiere con disagio abitativo all’autocostruzione e ristrutturazione delle proprie abitazioni. In particolare il progetto che abbiamo avuto modo di visitare ha sede in un quartiere situato lungo la riva destra del fiume, storicamente la parte più povera della città. Qui abbiamo incontrato Lorenzo, uno degli animatori tecnici dell’associazione, che ci ha spiegato come nel suo lavoro siano necessarie da un lato le competenze tecniche per potere insegnare alle famiglie come rifare la propria casa, dall’altro competenze di intervento sociale, necessarie ad accompagnare le persone in questi percorsi di emancipazione sociale ed economica;
  • Darwin Ecosystem, uno spazio multifunzionale nato all’interno di un grande complesso di archeologia industriale grazie al particolare rapporto di collaborazione tra la società proprietaria di uno degli immobili e il Think Tank Evolution, insieme a un gruppo di creativi che hanno deciso di trasformare quel luogo in ambiente multifunzionale improntato ai principi della transizione energetica e della sostenibilità ambientale;
  • Chahuts, il festival dell’arte della parola che si svolge nel quartiere Saint Michel. Il quartiere, situato nel centro della città e caratterizzato da un patrimonio artistico e architettonico di grande pregio, è anche storicamente uno dei più popolari e con un elevata percentuale di popolazione immigrata. A partire dal 2002 l’area è stata oggetto negli ultimi anni di un profondo restyling che ne ha mutato profondamente l’aspetto e le dinamiche di vita, nonché la tipologia di residenti. Le trasformazioni avvenute sono state oggetto di grande di dibattito in città, per via del pericolo dell’avvento di dinamiche di gentrificazione. L’organizzatrice stessa ci racconta delle resistenze incontrate nella realizzazione delle attività del festival da parte dei residenti, timorosi che si trattasse dell’ennesimo intervento generatore di uno stravolgimento delle routine di vita del quartiere. Il racconto dell’iniziativa è appassionante: laboratori teatrali, mostre, raccolte di pensieri e paure dei residenti, pranzi in piazza e rievocazioni del vecchio mercato che un tempo si svolgeva nella piazza piazza. La nostra interlocutrice ci racconta del rifiuto di accogliere il supporto della municipalità (nonostante l’associazione sia comunque alimentata da fondi pubblici). Le chiediamo perché, visti i timori degli abitanti, tali attività di partecipazione non siano state svolte prima o durante l’effettiva risistemazione della piazza, e la risposta è che se si ascoltano le paure dei cittadini si rischia di non riuscire a cambiare mai niente. A Saint Michel ci siamo passati più volte, nelle nostre passeggiate e spostamenti, e l’aspetto attuale è quello di un quartiere vetrina, delizioso nell’aspetto ma forse un po’ anonimo nonostante le chiese e i monumenti,  poco o nulla sembra avere conservato dell’originalità di un tempo;
  • Mediapilote, agenzia di comunicazione e partecipazione che si riallaccia alla lunga e consolidata tradizione partecipativa francese che comincia coi débat public degli anni ’90. Mediapilote si occupa di progettare e realizzare grandi progetti di partecipazione su tematiche principalmente collegate alle politiche urbane e alla salvaguardia dell’ambiente. Progetti talmente grandi che seguirne le tappe risulta complicato.

Insomma i giorni a Bordeaux hanno permesso di cogliere analogie e differenze con quanto si vede qua in Italia. Da un lato avere incontrato figure professionali nuove, come quelle dell’animatore tecnico o del giardiniere urbano è stato estremamente interessante. Sono profili che, adattando al mutare dei contesti e alle esigenze poste da modalità di intervento sempre diverse, reclamano la necessità di ibridare le competenze unendo a saperi e capacità tecnici e manuali, capacità relazionali forti, prese in prestito dal l’ambito dell’intervento sociale. L’innovazione emergente dall’esperienza sul campo poi trova spazio nell’ambito istituzionale visto che sia per quanto riguarda la figura dell’animatore tecnico che per quanto riguarda quella del giardiniere urbano c’è un impegno affinché queste vengano ufficialmente riconosciute come professioni. Altro aspetto importante riguarda la durata dei progetti all’interno dei quali tali figure si trovano a operare. In molti casi abbiamo incontrato interventi continuativi e full time della durata di 3-4 anni, orizzonte temporale che da la possibilità di conoscere veramente un quartiere e le sue dinamiche, di costruire con tranquillità le relazioni con gli abitanti, senza doversi preoccupare della scadenza del progetto al decorrere dei sei mesi, un anno che di solito caratterizzano i progetti italiani in questo settore. Il finanziatore inoltre non è la fondazione di turno, ma la municipalità o lo stato che ha al suo interno una linea di finanziamento specificatamente rivolta a quel determinato ambito d’intervento, aspetto che garantisce una certa continuità di intervento.

All’innovatività di figure professionali e modalità di azione ( i “chantiers d’insertions” per l’accompagnamento all’autocostruzione delle proprie abitazioni costituiscono una possibile soluzione  all’insanabile conflitto tra disagio abitativo, carenze di fondi, dinamiche di occupazione e condizioni di difficoltà economica e sociale di chi vive in periferia) non corrisponde però una maggiore riflessione e riflessività sulle attività svolte. Nei racconti dei nostri interlocutori  la dimensione sociale e storica dei quartieri fa fatica ad emergere, manca una problematizzazione del proprio operato in termini di risultati raggiunti, ostacoli, processi.

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Guardando alla città in scala macroscopica la varietà e molteplicità di esperienze partecipative realizzate o in corso perdono però di senso alla luce delle dinamiche di gentrificazione che hanno attraversato e attraversano la città e che seppure in modo latente emergono spesso nel corso dei racconti lasciando un velo opaco sulle realtà incontrate. Lo sguardo dall’alto permette però di costruire un quadro più chiaro su quanto sta avvenendo nelle grandi città europee e non solo. Si torna a casa con qualche dubbio in più rispetto al ruolo che la partecipazione dei cittadini gioca in questi contesti, se possa almeno in alcuni casi essere capace di inibire o mitigare le ineguaglianze all’interno della città, o avere unicamente una funzione consolatoria.